1. - C’è un filo rosso che unisce tutti gli argomenti di cui possiamo occuparci; che costituisce la condizione irrinunciabile per ragionare correttamente, cioè per “saper pensare”; ovvero utilizzare quel pensiero critico(di cui abbiamo trattato nel blog) che prevede:

  • l’applicazione della logica con le sue semplici leggi: l’induzione, la deduzione, i principi di identità, di non contraddizione e quello del terzo escluso

  • la specificazione del significato da attribuire ai termini utilizzati, la cui condivisione è premessa indispensabile di qualsiasi dialogo che voglia essere costruttivo

  • la verità delle premesse dalle quali si parte per sviluppare il ragionamento fino a maturare un’opinione

  • la lettura della realtà in modo oggettivo ed attuale, senza cedere al pregiudizio e senza rinunciare a controllare col massimo impegno l’attendibilità delle fonti di informazione

  • l’onestà intellettuale che tiene conto delle tesi contrapposte ed utilizza il dubbio costruttivo come strumento di verifica delle “tappe” raggiunte lungo l’itinerario di sviluppo del “proprio pensiero” ,nella consapevolezza dei “propri limiti”, che induce ad impegnarsi in un continuo confronto con “l’altrui pensiero”, considerato come potenziale occasione di arricchimento culturale.

2. - Di fronte alla foto del piccolo  siriano Aylan Kurdi il bambino di tre anni approdato morto sulle spiagge della Turchia,che propone tragicamente il quesito del dolore innocente e delle responsabilità che esso richiama, siamo violentemente posti dinanzi al problema del male,che immediatamente richiama quello del senso della vita e del ruolo che in essa siamo chiamati a recitare.Possiamo provvisoriamente accettare l’idea che il male è tutto ciò che lede l’integrità dell’uomo sul piano fisico e psichico.Probabilmente così è stato avvertito dall’uomo primitivo per il quale male era la tempesta, il tuono che squassava la terra e bruciava gli alberi, l’animale feroce che assaliva l’uomo e lo sbranava; ma anche la decadenza delle sue forze che accompagnavano il suo declino verso il “male” supremo, verso la morte.Era l’uomo dell’altra tribù che assaliva il suo gruppo per rubargli le donne, per massacrare i bambini, per abbattere le recinzioni di difesa faticosamente costruite, era l’uomo dello stesso clan che scatenava una rissa per il possesso di quelli che allora si chiamavano beni e con un colpo di clava gli spaccava il cranio.Era forse il buio che cominciava ad avvolgere la terra al declinare del sole e non avendo ancora scoperto il fuoco lo avvolgeva nel rumoroso silenzio della notte e lo induceva a guardare le stelle e la luce lunare, forse identificandole col “non male”.La ragione conduce  l’uomo sulla soglia  del dubbio: il male sono io?, è un quid fuori di me? Il pensiero critico ci aiuta a trovare una risposta convincente? O ci porta semplicemente su una frontiera oltre la quale si avverte una misteriosa presenza ?

 

3. - È trascorrso poco più di un anno dalla scomparsa del Prof. Augusto Ermentini, Professore Ordinario di Psichiatria,già Direttore della Clinica Psichiatrica e della Scuola di specializzazione in Psichiatria – Facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli Studi di Brescia,Psicologo forense,rorschachista,criminologo,esperto di antropologia culturale,ha insegnato Psicometria e Psicologia Dinamica all’Università di Trento,Antropologia criminale e Psicopatologia generale  all’Università degli Studi di Milano,Psicologia e Psichiatria all’Università degli Studi di Brescia. Durante gli oltre 30 anni di frequentazione del professore Ermentini, nei quali (ferma restando la notevole differenza di livello culturale) è emersa una convergenza di idee sui mali della società moderna e sulle possibilità di incidere in positivo per un suo miglioramento, posso dire di aver imparato cosa sia la disponibilità costruttiva all’ascolto, una delle arti più difficili da praticare. E ascoltarlo voleva dire imparare a vivere. Il ricordo indelebile che porto in me di Augusto Ermentini è quello di un soggetto che pur essendo dotato di un vastissimo background culturale e ricoprendo ruoli di alto rilievo ,trattava con tutti con uno stile così intriso di umiltà da giustificare il commento ascoltato più volte dalle persone, di varia estrazione sociale e culturale, che avevano avuto occasione di incontrarlo: “sembra uno di noi”. Ogni volta che sentivo formulare questo giudizio mi veniva in mente la grandezza di un Tale che disse “sono venuto come uno che serve”, dunque una perla rara; infatti il Prof.Augusto Ermentini era anzitutto “laureato in umanità” e rappresentava uno di quei rari “maestri di vita” ai quali i giovani hanno più che mai bisogno di poter fare riferimento per scoprire il senso dell’esistenza, la differenza fra il vivere e il lasciarsi vivere.

 

4. - L’uomo al centro, tutto il resto per lui e in funzione del suo sviluppo, ovunque si trovi, qualunque sia il colore della sua pelle, la struttura della società in cui vive, i problemi che quotidianamente è chiamato a risolvere, qualunque sia la sua posizione sociale.

Un uomo che istituzioni, religioni, economia, giustizia, scienza, tecnologia, scuola,  politica devono “servire” in omaggio alla sua dignità di persona capace di pensare, di riconoscere la bellezza della natura che lo circonda, la ricchezza e la creatività del suo mondo interiore, il folgorante mistero della vita che lo trascina verso orizzonti infiniti; quindi un “nuovo umanesimo” in cui il rispetto e l’amore per l’altro cancelli ogni esclusione: così vanno dicendo quanti si sono scrollati di dosso gli ingannevoli lustrini di una  “modernità” che scivola sul tempo che fugge ubriacandosi del piacere che fugge e si dissolve con esso. Alla costruzione di questo umanesimo noi tutti siamo chiamati rispecchiandoci nel disastro mondiale conseguito all’averlo ignorato per affermare tante particolari egoismi che vanno distruggendosi l’un l’altro, lasciando dietro di sé l’illusione di una ricchezza costruita sull’altrui povertà, di una pace inseguita e proclamata solo a parole, di un trionfo della scienza che cammina di pari passo con quello della morte di milioni di creature costrette alla sola “contemplazione” di essa. Se l’umanità si guarda allo specchio un brivido di terrore la scuote per l’immagine di sé che vi vede riflessa. E’ ora di cambiare, dicono in molti, ma sono in troppi a dirlo e  troppo pochi a farlo fra quelli che dispongono dei mezzi per realizzare il cambiamento necessario.La coscienza dell’umanità affiorando dal buio delle certezze autoreferenziali che negli ultimi anni hanno accompagnato il suo cammino nelle ubriacatura di un presunto “sviluppo” annaspa alla ricerca di un nuovo ancoraggio.             C’è chi afferma che è giunta l’ora di fuggire da un destino di morte guardando alla fonte della vita, quel “quid”  che parla all’uomo il  linguaggio universale della “spiritualità” che viene prima di ogni religione e cancella le etichette di tante parziali verità che pretendono di trionfare l’una sull’altra, obliterandosi  così vicendevolmente e abbandonando l’uomo sul terreno scivoloso del dubbio sistematico.È la strada della ricerca di tale fonte che apre  l’orizzonte   di un “nuovo umanesimo”. È l’ora  di farsi coraggio e di cominciare a percorrerla. C’è posto per tutti gli uomini di buona volontà .  

 

5. - L’inquietudine è il segno distintivo dell’uomo dei nostri tempi, che nella frenetica ricerca della “gioia” delle false ribalte sente la vita scivolargli via senza coglierne il senso. Allora si ubriaca di immagini e di suoni che la moderna tecnologia gli offre a piene mani, isolandolo in un mondo virtuale in cui crede di poter trovare rifugio; ha paura del silenzio, di fermarsi a pensare criticamente, esorcizza continuamente l’ineluttabile fine che costituisce il traguardo comune di tutti coloro che come lui scivolano sul quotidiano con lo sguardo costantemente fissato in orizzontale, guardando senza vedere, spesso ignorando i suoi stessi compagni di viaggio, chiuso com’è nella fittizia realtà di un apartheid di finta spiritualità, dove i valori vengono gridati ma non vissuti e la mano del vicino viene solo sfiorata nella competizione che porta ad arraffare quanto c’è di più allettante sul tavolo della vita, nell’illusione che l’avere coincida con l’essere. Strano a dirsi sembra proprio che i più inquieti siano i ricchi portati come sono a scambiare per  fascino personale il fascino della ricchezza che possiedono, che si riveste anche di finzione dell’amore; amore che però non si può comprare, salvo appunto la sua finzione. Il Brambilla, uomo pratico venuto su dalla gavetta che ha fatto i soldi faticando e risparmiando, dice che ci sono dei ricchi talmente scemi  che non sanno nemmeno scegliersi le amanti giuste (veramente lui le definisce con un altro termine che si addice di più ai dialoghi parlamentari di recente audizione). Chiaramente il Brambilla è decisamente classista e prevenuto come quei ricchi che lo giudicano uno di razza inferiore arrivato nel nirvana della buona società senza poter vantare un pedigree di tradizione familiare altolocata. Sta di fatto che anche il Brambilla senza pedigree, saltuariamente  mostra evidenti segni di inquietudine; anche a lui dunque, come ai suoi detrattori, vale forse la pena di ricordare quel che a proposito della inquietudine scriveva  secoli fa un filosofo spesso citato: “inquietum est cor nostrum……..”. L’inquieto uomo moderno farebbe bene a chiedersi se per caso quel filosofo non avesse  ragione, traendone le debite conseguenze. A proposito: quel tipo,per chi volesse rintracciarlo, era nato ad Ippona e si chiamava Agostino. Forse vale la pena di  scoprire quale fosse la sua “medicina” contro l’inquietudine.

 

6.- Era una sera di autunno inoltrato poco dopo mezzanotte. Il signor G, un quarantenne della società bene, avvolto nel suo vestito all'ultima moda con un soprabito acquistato nei negozi del centro, le scarpe di una marca famosa, mani in tasca e auricolare collegato all'ultimo modello di smartphone, custodito nella tasca interna del soprabito, camminava frettoloso verso l'attico del centro dove l'aspettava la sua amante con la quale  era in dolce colloquio telefonico, già pregustando la notte “super” che  avrebbe segnato il loro prossimo incontro.. Passando accanto al colonnato di una chiesa vide un clochard che ansimava avvolto in un'improbabile insieme di capi di " vestiario" che poco armonizzavano con le vie del centro cittadino. Interruppe la conversazione e gli si accostò  dandogli uno sguardo di sfuggita "Tesoro" bisbiglio sottovoce alla sua interlocutrice " sono incappato in un barbone sbronzo da far paura; vorrei dargli una mano ma mi fa schifo toccarlo … aspetta… aspetta, vedo che sta arrivando qualcuno, è meglio che me ne vada  finché sono in tempo prima che mi coinvolgano nelle operazioni di salvataggio". Si staccò lestamente  da quell'uomo sdraiato che aveva le convulsioni e fatti pochi passi, una decina di metri, si voltò a guardare il pedone che nel frattempo aveva raggiunto il soggetto che aveva da poco lasciato. Era anche lui un clochard e portava sulle spalle  un grosso sacco che sembrava un materasso arrotolato. Il nuovo arrivato si chinò sull'uomo sdraiato, lo scuoteva gli stava dicendo  qualche cosa, a un certo punto  gli sbottonò la “giacca” e si mise ad ascoltargli il battito cardiaco…, e intanto gli strofinava le mani e la faccia… e gli diceva qualcosa che non si riusciva a capire data la distanza. La curiosità indusse il nostro ben vestito ad avvicinarsi a quella strana coppia. Il “medico” improvvisato stava mormorando parole di conforto al “collega” e per tenerlo al caldo, almeno così lui gli stava dicendo, svolse il materasso che portava sulle spalle e lo seppellì sotto di esso dicendogli "stai tranquillo vado in farmacia a comprarti   qualcosa… torno subito… intanto questo signore rimarrà qui con te ad assisterti… Su coraggio che arrivo subito…" Suo malgrado il signore ben vestito che nel frattempo si era avvicinato troppo, fu costretto a fermarsi e dovette chiamare il Tesoro cercando di spiegarle l'imbarazzante situazione in cui si era venuto a trovare  suo malgrado.Il Tesoro non fu per niente contento del ritardo forzato ma fece buon viso a cattivo gioco, pronunciando un non troppo convinto "va bene… Aspetterò, purché non la faccia troppo lunga; altrimenti vado a letto e chiudo la porta con la sicura!" Pochi minuti dopo ritornò di corsa il clochard  soccorritore e disse al collega sdraiato mostrandogli una boccetta "Per fortuna che ho trovato un farmacista di buon cuore perché io non avevo abbastanza soldi per comprare questa medicina… Lui mi ha fatto lo sconto… prendila che ti farà bene" e così dicendo gli sollevò il capo, accostò la bottiglietta alle labbra dell'uomo a terra. Poi si sedette vicino a lui e gli disse "sta  tranquillo che questa notte sto qui io con te"; poi rivolto al signore ben vestito lo ringraziò per aver collaborato  nell'assistere l'amico sfortunato, che nel frattempo, sotto la coltre pietosamente posata su di lui, andava assopendosi rallentando il ritmo dei suoi sussulti. L'uomo ben vestito riprese la telefonata "Tesoro mi sono sganciato e sto arrivando di corsa, scusami per il ritardo" dall'altra parte del filo la  voce irritata del Tesoro drasticamente gli ordinò "non vorrai mica portarmi a casa le pulci di quel barbone, vattene a casa tua a cambiarti , a farti una doccia ed a disinfettarti prima di venire da me. Ho aspettato finora ma non voglio andare a letto con un sacco di pulci…" L'uomo ben vestito rimase di stucco, forse perché pensava che l'amore fosse più forte delle pulci , ma dovette cedere all'ingiunzione del suo Tesoro: cercò un taxi e se ne andò a casa, fece aspettare l'autista quel tanto che bastava per togliersi di dosso le "contaminazioni" del barbone e poi andò a bussare alla porta dell'amata. Questa, quando lo vide, non seppe dirgli altro che "lo so che sei un po' scemo ma non avrei mai creduto che tu mi preferissi ad un barbone". L'uomo ben vestito tentò di scusarsi "ma cara stava male e sembrava  vicino a morire, ho cercato di venir via ma  mi rimordeva la coscienza di lasciarlo così ……  per fortuna  mentre mi allontanavo titubante è arrivato un altro barbone che l'ha soccorso con affettuosità…" Il Tesoro replicò tagliente "Figurati cosa vuoi che sia l’ affettuosità di un barbone, che non sa far altro che dormire sotto un mucchio di stracci anziché cercarsi un lavoro come fanno tutte le persone perbene…” Così dicendo cominciò a spogliarsi dopo essersi liberata dei gioielli che  il suo partner le aveva regalato lungo il dorato  itinerario della loro relazione: priva di pulci  intese come animali che hanno comunque una storia nella zoologia, ma forse non del tutto priva di pulci  morali, che a volte nutrono di cachinni  mentali gli abitanti delle sedi dorate: intendiamo dire quelli che si rotolano  nelle alcove ricche di sete pregiate  che certamente “riscaldano meno” del materasso “animato” di quel clochard che combatte ogni giorno le perigliose battaglie della vita. Questo episodio ci è stato  raccontato da un amico prete che presta il  suo ministero presso una ricca chiesa del centro di una grande città; per  uno  di quegli strani casi della vita conosce bene sia i due  clochard sia la coppia di persone perbene protagonisti della storia: I primi perché  di quando in quando bussano alla sua porta per avere un po’ di soldi per tirare a campare; così pure l’uomo ben vestito e il Tesoro: quest’ultima perché fa parte dell’elite che di quando in quando sovviene economicamente a quelle che definisce le lodevoli opere parrocchiali; l’uomo ben vestito perché quando entra in crisi va in cerca del prete, che lo conosce da ragazzo, per trovare conforto alle delusioni che periodicamente vanno punteggiando quella che lui chiama la ricerca del senso della vita, non mancando naturalmente di descrivere la propria situazione con ricche citazioni culturali di uomini famosi in crisi di identità: un empireo ricco di “clochard per bene”, cui spesso si accompagnano svampite di lusso, nemiche delle pulci.

 

7. Nel clima di  smarrimento che attanaglia l'uomo moderno  di fronte al proliferare di comportamenti aberranti  che denunciano il progressivo degradare dei valori che dovrebbero ispirare il vivere, sorprendendolo al tempo stesso ubriacato dalla delusione di una scienza che va sempre più dimostrando la propria drammatica incapacità di renderlo felice, si va riaffacciando con insistenza il bisogno del sacro; ma la strada per trovarlo è irta di difficoltà anche per le disastrose testimonianze di non pochi che "ufficialmente" lo rappresentano; benché sulla ribalta della storia sia apparsa recentemente una figura che lo va riproponendo in modo credibile e  riqualificante. Ma il problema centrale rimane pur sempre quello della strada da scegliere per la ricerca “individuale” intesa a rintracciare una risposta capace di soddisfare la " fame" che alberga nel profondo dell'uomo; è dunque "come cercare" il vero problema di chi va "mendicando" la felicità di uscio in uscio.

Forse ci può illuminare il racconto della ricerca  poeticamente proposto da RABINDRANATH  TAGORE in questa sua poesia:

 

“Ero andato mendicando di uscio in uscio

lungo il sentiero del villaggio, quando, nella

lontananza, apparve il tuo aureo cocchio

come un segno meraviglioso; io mi domandai

“Chi sarà questo Re di tutti i Re?”

Crebbero le mie speranze e sperai che i miei

giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere

che l’elemosina mi fosse data senza che la

chiedessi e che le ricchezze venissero sparse

ovunque nella polvere.

Il cocchio mi si fermò accanto. Il tuo sguardo

cadde su di me e scendesti con un sorriso.

Sentivo che era giunto alfine il momento

supremo della mia vita.

Ma Tu ad un tratto stendesti la mano dritta

dicendomi “che cosa hai da darmi?”

Ah! qual gesto regale fu quello di stendere la

tua palma per chiedere a un povero!

Confuso ed esitante tirai fuori lentamente

dalla mia bisaccia un acino di grano e te lo

diedi.

Ma quale non fu la mia sorpresa quando, sul

finir del giorno, vuotai per terra la mia

bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un

granellino d’oro!

Piansi amaramente di non aver avuto il cuore

di darti tutto quello che possedevo.

 

Forse la ricerca, per risultare fruttuosa, deve tradursi nel ridimensionamento dell’io, se non addirittura nel dono totale di sé come premessa per la riappropriazione di una integrale umanità: inducendo quindi l’uomo moderno a scendere dal trono che si va illusoriamente costruendo sulle macerie dei vincoli morali che ha incautamente distrutti per affermare una falsa libertà?

Ma a chi dovremmo consegnarci per ritrovarci?

8 -Cosa c’è al di là della siepe? L’infinito, risponde il poeta.

Ma l’infinito è il regno del NULLA o la dimora segreta di QUALCUNO?. E se qualcuno c’è con quale lampada scoprirne le tracce? Con la fede o con la ragione?

“Questo è il regno del credere” c’è scritto all’ingresso, dunque del salto nel buio per trovare la luce; non serve la saggezza dell’uomo sapiente occorre l’abbandono del bambino perché è ai piccoli che si rivela l’abitante del regno che sta oltre la siepe. Questo qualcuno infatti predilige i piccoli a proposito dei quali egli ha detto “se qualcuno è molto piccolo venga a me (Prov.9.3); e ha detto anche “come una madre carezza il suo bambino, così io vi consolerò, vi porterò in braccio e vi cullerò sulle ginocchia” (Is. 66,13).Dopo aver varcato la  siepe quel bambino si presenta a quel qualcuno dicendo “io ho varcato la siepe, sono nulla… sii  tu tutto per me,e insegnami a vivere”.

Filosofia, scienza, tecnologia, potere, mercato, economia…… al fanciullo non servono proprio niente per farsi accogliere ed essere felice. In proposito già  ci sovviene il ghigno altezzoso dei matematici abituali frequentatori dei salotti televisivi, la smorfia di disgusto degli scienziati ancorati all’’uomo biologico, la plateale risata dei saggi dell’economia di mercato, l’irripetibile commento dei mercanti dell’angoscia fabbricanti di ansiolitici, il freddo sorriso dei porporati atticotenenti, lo scuotimento di testa dei profondi teologi, dei reggitori dell’economia del sacro, degli azzimati predicatori accreditati nei salotti buoni,di coloro che siedono sugli scranni del sacro potere adornati da preziose croci pettorali e da altrettanto preziosi anelli da offrire al bacio reverente, dei politici cultori del perbenismo di facciata…… e via dicendo. Tutta gente il cui parlar forbito si cimenta spesso con i problemi dell’angoscia del vivere, prospettando ardite soluzioni utilissime agli “altri”. Questi soggetti sono fra i più rappresentativi cantori di un Occidente che propone, orgogliosamente e con determinata fierezza, al resto del mondo la propria “civiltà”. Peccato che questa civiltà sia profondamente attraversata dal mercato dell’angoscia dove fanno affari d’oro gli “espertipsi”-psicologi-psichiatri-psicanalisti-psicoterapeuti,, impegnati a fronteggiare il prorompente dilagare dell’angoscia che da un lato  fa la loro fortuna e dall’altro favorisce i cultori dell’occulto (, maghi-sedicenti veggenti-cartomanti…) in tutte le sue forme, le cui prestazioni profumano di mistero… e di soldi.. Ci sovviene che quel qualcuno che abita al di là della siepe disse anche, tempo fa, “ti rendo lode, padre, signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Mt.11.25); dove per piccoli non si intendono i lattanti né tantomeno i piccoli di cervello, ma piuttosto coloro che hanno la semplicità dei piccoli; quella semplicità che distingue tante persone veramente geniali e altrettanto umili, anche se insediate in ruoli  di grande responsabilità. Sarebbe dunque da intendere come un modo di essere, una disposizione dello spirito arricchito di vera saggezza: quella del ben pensare e del ben vivere, che se praticate rendono felici uomini e società . Viene fatto di chiedersi se Il passaggio dall’angoscia del presente alla felicità può forse coincidere  col varcare la siepe con la fiducia del fanciullo? Sta di fatto che per  milioni di persone quelle parole le ha dette Dio; altri milioni che non credono sia Dio quello che le ha dette ne riconoscono comunque rispettosamente la fecondità dell’applicazione alla vita e la saggezza dell’insegnamento, nonché la straordinaria coerenza di una vita donata per amore e per “servizio”: un esempio ,  quello di chi le ha pronunciate (Dio o non Dio ) che se fosse seguito dai cantori cui abbiamo accennato potrebbe decisamente migliorare il mondo; così ammettono quanti sono animati da dichiarata onestà intellettuale. Ma i cantori non sono d’accordo; per essi la piccolezza è fanciullaggine e debolezza; che poi sia stato Dio ad apprezzarla particolarmente è tutto da vedere: essi, che credono di possedere il mondo, marciano tronfi e pettoruti, circondati da ricchezze e potere, verso quella che Totò chiamava ‘A LIVELLA , indifferenti al fatto che, nel migliore dei casi, essa potrà  offrir loro una bara di buon legno, un monumento di marmo pregiato, un fuggevole corale omaggio di ricordi televisivi, un  circoscritto proliferare di articoli che appariranno sui media ad opera di qualificati esperti, più o meno prezzolati,  della comunicazione. Mentre i piccoli continueranno a varcare la siepe…

9 . Quando accadono avvenimenti luttuosi come quelli che hanno recentemente colpito l’Italia centrale il problema del dolore si pone con forza alla nostra coscienza, di fronte a centinaia di vittime innocenti; e sale alla mente un angoscioso interrogativo “Dio dove eri?”. È un interrogativo che l’uomo colpito dal dolore si pone da quando vive, un interrogativo che chiama in causa la ragione e la fede, se mai da esse possa venire una risposta pienamente soddisfacente. Non siamo in grado di risolvere il problema dal quale anche noi siamo assillati; volendo però leggere la realtà nell’intera sua dinamica quell’interrogativo si pone non solo riguardo al momento del crollo, che ha mietuto un numero rilevante di vittime, ma anche riguardo ai momenti in cui sono maturate le “cause” che hanno favorito il verificarsi di quei crollo. Allora la domanda si articola così: Dio dove eri quando uomini responsabili costruivano con materiali inadatti le abitazioni e le scuole, dove eri quando altri uomini davano il benestare ai lavori fatti con criteri speculativi, dove eri quando tali uomini, dopo aver così agito, magari frequentavano gli edifici e le cerimonie sacre, dopo aver speculato sulla vita altrui? La spiegazione di gran parte del dolore che ha colpito la comunità, e noi con essa, non è da ricercare nella condotta di tali  uomini ? dietro il mistero che avvolge la morte di bambini innocenti non si profilano le figure di uomini investiti dell’autorità di prendere decisioni capaci di incidere sul futuro di altri esseri umani? Forse Dio era nascosto sotto le macerie delle coscienze dominate dalla affannosa ricerca del denaro, dal disprezzo per la persona, dalla furberia dell’intrallazzo, dall’ubriacatura del trionfo dell’ego perseguito con ogni mezzo: e quelli che oggi si chiedono dove era Dio non lo avevano scorto li’ sotto? Accanto alla domanda sul luogo in cui si trovava Dio al momento del disastro ci si dovrebbe porre con forza quella riguardante il luogo in cui si trovavano i “decisori” del destino di altri; pertanto a fianco di  chi è propenso a credere nella “colpevole-misteriosa lontananza” di Dio dovrebbero farsi strada gli assertori della “palese presenza” degli uomini. Ed a questo punto l’immancabile retorica dovrebbe lasciare spazio alla giustizia.

10 - Nella confusione imperante questo è il momento dei ripensamenti anche in politica. Alcuni responsabili di grandi partiti avvertono la necessità di impegnarsi in una profonda revisione delle loro strutture e del loro stile di comunicazione; il che suggerisce alcune riflessioni. Chi è portato dalla professione, o dal ruolo  che ricopre, a guidare gli uomini appartenenti ad  un certo gruppo  sociale può trovarsi a dover trattare con due tipi  di Yes Man: il routinario e lo specialista. A meno che scelga di circondarsi solo di collaboratori che si distinguono per il merito e la professionalità; nel qual caso fonda la propria leadership sull’ascolto , sollecitando la critica costruttiva e motivata. Allora , ferma restando la piena responsabilità della sua decisione finale, egli gode di una autorevolezza vera basata su  decisioni maturate attraverso l’iter di situazioni di gruppo, che alimentano la partecipazione, ferma restando la distinzione dei ruoli e le rispettive attribuzioni. Difficilmente chi esercita questo tipo di autorevolezza si trova a dover sperimentare la solitudine del capo, sentendosi  isolato nel contesto in cui opera quando incontra delle difficoltà, Il che non avviene quando il capo predilige gli Yes Man. Quali sono le caratteristiche comportamentali che distinguono i due tipi di Yes Man? Lo Yes Man routinario dice subito e sempre di  sì; a volte, nei momenti di rara “audacia”, si spinge fino a lodare le decisioni alle quali il capo gli ha chiesto di adeguarsi, e nel caso dei più “arditi” si giunge fino al plauso plateale. Lo specialista fa del sì un’arte nel senso che quando riceve un indirizzo cerca apertamente di interpretarlo e durante l’interpretazione di sottolinearne gli aspetti positivi così da compiacere il capo; ma i più raffinati arrivano anche a volte ad avanzare quelle che impropriamente definiscono “critiche costruttive”; nel formularle infiocchettano il discorso di frasi del tipo “non vorrei essere irriguardoso, ciò che mi spinge è unicamente l’intenzione di rendere ancor più evidente l’estrema valenza positiva di ciò cui sono stato chiamato ad aderire, ed è proprio perché l’adesione possa produrre il massimo del risultato positivo che mi permetto, senza presunzione naturalmente, di mettere in luce un aspetto che mi sembrerebbe utile approfondire ulteriormente proprio per rendere più efficace la brillante idea avuta dal capo…” Nel proferire questo passaggio lo specialista si ferma a scrutare  la mimica facciale del suo interlocutore; se questi ha colto compiaciuto la definizione positiva della sua direttiva allora lo specialista rimane in attesa del sorriso compiaciuto del suo interlocutore: e se questi lo invita ad approfondire il suo “consiglio” lo fa nel modo più dimesso possibile; così da esaltare ulteriormente il sapere del capo, onde confermarlo nella convinzione della propria  infallibilità. Ma si guarda bene dallo spingersi oltre, anzi nella misura in cui vede la sua proposta critico costruttiva oggetto di attenzione cerca di sminuirne il più possibile la portata in modo da lasciare il più ampio spazio all’apoteosi del suo interlocutore.Lo specialista esercita così in modo “intelligente” l’arte della piaggeria e questo atteggiamento,a volte, è tanto più marcato quanto più lo specialista Yes Man considera una fesseria il comando ricevuto e il suo contenuto. Ma tant’è…… l’importante è che il capo lo consideri un intelligente uomo di buon comando che vale la pena di ascoltare perché si mostra “collaborativo” e sembra indirettamente riconoscere che fra il capo e Dio non c’è poi tanta differenza. Lo Yes Man routinario  è semplicemente un uomo da comandare nel gregge; egli rappresenta senz’altro una pecora di buona lana mentre lo specialista rivela qualche aspetto del “montone” potenzialmente capace di contribuire all’incremento numerico del gregge, quando necessario. Applicando il discorso alla politica dobbiamo rilevare che c’è un tratto che accomuna i due diversi tipi di Yes Man : entrambi vivono di luce riflessa, cioè quella che emana dalla “fonte” (il capo) che li ha scelti e li apprezza come puntuali cantori della sua “gloria”, e soprattutto perché tali li ha collocati  nei ruoli chiave di una struttura ideale, nutrita di passività, dalla quale si illude di poter trarre risultati concreti. Chi vive di luce riflessa è il primo a preoccuparsi in caso di temporanea involontaria obsolescenza della fonte luminosa da cui prende luce( per esempio una malattia,specialmente se grave), e quindi si impegna prontamente nel ricercare un’altra fonte del riflesso della quale giovarsi in futuro, se dovesse venir meno la presenza del “capo-attuale fonte di luce”: lo Yes Man è così pronto, in caso di necessità,  a replicare subito l’esperienza passata la cui efficienza risiedeva, e per sua natura continuerà a risiedere, nella  “disponibilità sempre e comunque plaudente”. Quando il gruppo politico entra in crisi, perché ha più o meno clamorosamente fallito gli obiettivi che si prefiggeva di raggiungere, si impone la necessità di un rinnovamento radicale a cominciare dal gruppo degli Yes Man che di fronte ai “risultati” ottenuti denunciano chiaramente “i limiti” della loro capacità operativa; per onestà intellettuale va detto però che in tale frangente si impone anche l’autocritica da parte di chi a suo tempo ha operato scelte ispirate a criteri di selezione che il tempo si è incaricato di dimostrare non infallibili. È pur vero che la dichiarazione della volontà di cambiamento, qualora intervenga ufficialmente, esprime comunque il senso di responsabilità e l’avvedutezza di chi si propone  di realizzarlo; occorre tener presente però che quando si vuol realizzare, in termini sostanziali, un cambiamento della struttura di una compagine politica non servono gli specialisti in applausi e in piaggeria, bastano e sono più che sufficienti professionisti silenziosi e coerenti che abbiano il coraggio della vera critica ispirata al miglior conseguimento dei risultati, non già alla ricerca della ribalta del protagonismo  temporaneo di matrice “clientelare”. È l’arte del servire con dignità e coerenza che caratterizza una classe politica consapevole e progettuale, cui è bene che si accompagni una classe intellettuale critica verso il potere: è così che si concretizza la ricchezza di una leadership che sa anche attingere alla  diversità delle posizioni. È il contrario della dittatura mascherata basata su un leader che si crede Dio, dimenticando che il posto è già occupato da tempo e che chi lo occupa non pare intenzionato a lasciarlo. Oggi il rinnovamento fa rima con tabula rasa,asfaltare,rottamare, ed altre espressioni simili che sembrano evocare un intervento violento e distruttore più che costruttivo: il nuovo per il nuovo. C’è da chiedersi se questo è   un criterio apprezzabile. A nostro avviso il rinnovamento, se vuol essere realmente tale, deve basarsi non soltanto sull’eliminazione degli Yes Man ma anche, e soprattutto, sulla valorizzazione di quanti all’interno  della compagine politica hanno sempre lavorato con serietà,competenza e professionalità; e proprio perché tali sono stati spesso emarginati o compressi dagli Yes Man installati in ruoli dirigenziali, i quali si sentivano disturbati dalla loro capacità di pensare, che se valorizzata li avrebbe coinvolti nella fatica di pensare, acerrima nemica di chi vive di luce riflessa adagiato sul soffice cuscino del sì permanente, adottato come “stile” collaborativo. Quindi un serio rinnovamento parte dalla individuazione e dalla valorizzazione di quanto c’è di positivo nel gruppo che si vuole rinnovare. Errore esiziale sarebbe quello di identificare il rinnovamento con la semplice immissione di “uomini nuovi” attribuendo loro, solo perché tali, virtù taumaturgiche, dimenticando che, se esistenti, per essere operativa la “personificazione” di tali virtù deve comunque prima passare attraverso l’umile fatica della conoscenza della realtà sulla quale le virtù dovrebbero  incidere. Senza altresì dimenticare che la qualità  del risultato dipende anzitutto dall’accettazione da parte di quanti già operano positivamente nel gruppo e come tali possono costituire un ambiente ricettivo per l’applicazione della taumaturgia: non si tratta quindi di mettere in circolazione nuovi dei illuminati da divini riflessi bensì soggetti animati dalla umile consapevolezza del dover anzitutto conoscere e del saper generare empatia per meglio servire, in un contesto caratterizzato da una partecipazione collaborativa saldamente motivata. Ma soprattutto occorre tener presente che l’organizzazione non è fine a se stessa bensì applicazione di una cultura di partito che nasce nel giardino delle idee coltivato dalla partecipazione attiva di tutte le componenti, principalmente di quelle costituenti la base, che porta con sé la linfa vitale della esperienza periferica, là dove nascono i problemi la cui soluzione qualifica l’efficienza della struttura e l’effettivo  valore della cultura che la ispira : se il cambio degli uomini porta semplicemente alla proliferazione di analisi accademiche non fa che aumentare la divaricazione fra politica e realtà, fra chi vive i problemi sul territorio e chi li descrive con aulici linguaggi impregnati di tecnicismo di ispirazione americaneggiante. Nel qual caso si sarebbero semplicemente sostituiti agli uomini del si perenne quelli del perenne parlar parole, veicolo di un rinnovamento solo dichiarato. Forse saremmo di fronte a un nuovo gioco di luci riflesse, con tutte le conseguenze del caso.

A  CIP UN NEONATO MIGRANTE VITTIMA DEL MARE           

Ti chiamerò piccolo Cip,

 perché sei volato in cielo

 come un uccellino sconosciuto,

ma da sempre ben noto  al Buon Dio.

Si sono bagnate le piccole ali

cadendo nell’acqua……

 Spero tanto che il grande cuore del mare,

 più grande di quello degli uomini,

ti abbia regalato una dolce, istantanea morte,

e un volo con ali nuove nel seno di Dio.

Ti chiedo perdono

per tutti noi “grandi”  nati prima di te

che avremmo dovuto vegliare

 sulla tua dolcissima fragilità

tenendoti stretto fra le braccia,

scaldandoti sul nostro cuore,

tacitando con i nostri baci

le tue grida invocanti amore.

Piccolo  Cip

con  la forza irresistibile

della tua innocenza tradita

prega Dio di avere pietà

 delle anime in decomposizione dei “grandi” del mondo.