1.- Nella religione l’uomo cerca una risposta all’anelito di infinito di cui si sente pervaso. Gli interrogativi esistenziali che premono alla porta della sua intelligenza lo incalzano a percorrere la pista del mistero che porta dentro di sé dove vibrano strane incomprensibili assonanze con l’armonia dell’universo, donde gli giunge un messaggio difficilmente decifrabile.  È una strana voce quella che lo pronuncia, una voce che trova un’eco immediata nel suo spirito, lo inquieta e al tempo stesso lo sconvolge ed affascina, una voce che sa di speranza e di morte, di estasi e di tormento. Una voce che emana da qualcuno, presenza indecifrabile eppure di assoluta evidenza. Essa predilige il silenzio dove soltanto si fa  eloquente: il silenzio, quel sentiero di cui l’uomo moderno sembra avere smarrito le tracce, impegnato com’è a molto parlare, a gridare di più…e poco a pensare. Ci diceva un onesto amico, religioso ma non troppo: “Ho chiesto a un vecchio monaco dalla tonaca sgualcita  “padre come faccio a sapere quando ho fede e credo sinceramente, con convincimento profondo?”. Mi ha guardato a lungo negli occhi e mi ha detto “quando ringrazi Dio per quello che non ti ha dato” Ho posto a un teologo di alta scuola la stessa domanda. Aggiustandosi il collarino che spuntava sotto un perfetto clergyman di ottima fattura sartoriale, il mio elegante interlocutore ha sfoderato una lunga serie di dotte citazioni di autori che vanno per la maggiore; uno sfoggio di cultura da lasciare senza fiato. A dire la verità non ho capito molto di quel che mi ha detto; e mi sono ricordato la frase letta per caso nella biografia di una santa che mia madre citava sempre da ragazzo: a proposito dei dotti uomini di religione quella santa diceva in una sua semplice poesia “ma quel che più mi fa morire è quel non so che, che essi balbettano senza sapermi dire”. E mi è sorto il dubbio che forse l’abitudine al sacro e il ragionarci troppo sopra possa finire per offuscare l’essenza delle cose; una religione troppo ragionata , dietro al perbenismo credo che a volte  possa celare una scarsa spiritualità, nascosta da steccati ben costruiti”.  Quell’amico , religioso ma non troppo, spende la sua vita nel volontariato, sovvenziona segretamente una mensa dei poveri, vive una vita frugale pur disponendo di non poche sostanze, alle quali attinge  abbondantemente in continuazione per sovvenire alle necessità di persone che gli vengono segnalate, alle quali proibisce nel modo più assoluto di fare il suo nome, perché vuol conservare l’anonimato. Condividono la sua missione parecchi uomini e donne non credenti, alcune delle quali i “benpensanti” definirebbero senz’altro di dubbia moralità: forse quelle persone sono accomunate da una “religione dell’uomo” che attinge alla “spiritualità” che costituisce l’humus segreto di ogni religione. Ricordano il samaritano del  racconto evangelico.

 

2 . -Un amico ateo - uomo onesto,intelligente ricco di umanità,seriamente impegnato nel volontariato -  col quale discutiamo spesso anche di cose di religione perché le tratta con molta onestà intellettuale, un giorno ci ha trasmesso queste riflessioni  che rappresentano,a nostro avviso, una salutare provocazione culturale. Ci disse l’amico “chi osserva dall'esterno il rito centrale della religione cattolica,cioè la Messa - in cui l'uomo sacerdote ha il potere dì “imprigionare Dio" in un'ostia consacrata e l'uomo fedele ha la possibilità di "mangiarlo" , facendolo così diventare sostanza del proprio corpo - è portato a leggere attraverso le modalità della celebrazione e della partecipazione l'immagine del credo religioso, di cui assiste, in quel momento ,alla più importante manifestazione.

 

Se all'osservatore venisse dato di assistere a un rito così caratterizzato:

 

•  10/15 minuti di predica, dedicata ad ascoltare un uomo, sia pure consacrato, che parla di Dio ad altri uomini ;

•  pochi minuti dedicati alla consacrazione ed elevazione (l'ostia si trasforma in Dio e viene presentata all’adorazione dei fedeli);

• pochi secondii dopo che è terminata la distribuzione dell'Eucaristia (Dio "entra fìsicamente" nel fedele che ha così l'occasione di intessere un dialogo unico, profondo, personale) a volte si passa alla lettura degli avvisi, lasciando pochissimo spazio al raccoglimento silenzioso. Il dilemma può diventare: ascoltare gli avvisi o "dire due parole a Dio" ?

E se, per caso, fosse anche dato di ascoltare la formula consacratoria (Gesù prese il pane e disse... questo è il mio corpo... poi prese il calice e disse... questo è il mio sangue...) recitata in modo routinario e "discorsivo", come parte di una sequenza di atti molto “serrati” (si dice che padre Pio stesse molto tempo con le mani alzate all'elevazione, tanto da doverlo richiamare ripetutamente...), che tipo di immagine del sacro verrebbe trasmessa all'osservatore? 10 minuti, e più, per parlare dì Dio agli altri, pochi minuti per adorare in silenzio Dio che il sacerdote tiene fra le mani... e pochi minuti per parlare con Dio ricevuto dentro di sé: un colloquio repentinamente disturbato da uno zelante lettore di avvisi ,dalla voce alta e spesso squillante. Non ti pare che qualcosa scricchioli nell’immagine che viene venduta? Anche il modo di partecipare al rito costituisce, dal mio punto di vista, un tassello non indifferente dell'immagine della religione; perché sta ad indicare, indirettamente, l'intensità del vivere il credo attraverso il rito, soprattutto quando, come nel caso della messa, si tratta dell'occasione fondamentale per rendere,a tu per tu, il diretto tributo di devozione alla divinità: mi sa di routinario e superficiale l'immagine trasmessa da un "fedele" che col suo comportamento "svagato" durante il rito dà l'impressione di essere uno che è venuto" a prendere un caffè con Dio". Io credo che “l’abitudine al sacro”finisca per uccidere la spiritualità, che è la premessa di ogni religione.Ti sembrerà strano,ma io sono un ammiratore di San Francesco, di cui ammiro la ricchezza dell'umanità, lo splendore dell'umiltà, l'amore per la povertà, l'ecumenismo del messaggio,impregnato di spiritualità prereligiosa e universale....: non strabuzzare gli occhi, amico cattolico, è proprio un ateo che ti parla; un ateo che cerca di amare l'uomo senza paludamenti sacri, pur non disprezzando chi li porta con dignità e coerenza, perché in tal caso, per usare la terminologia che ci accomuna professionalmente, cioè quella delle RP, il far bene e il farlo sapere coincidono. E ti voglio mettere K.O. dicendoti che io le opere di San Francesco le ho lette.” Abbiamo provocatoriamente riferito il pensiero del nostro amico ateo ad un sacerdote che milita sulla frontiera della “modernità”: ci ha guardato poco benevolmente dicendoci “ma non vorrà mica che i preti imparino a dir messa da un ateo !...” La risposta che ci è venuta spontanea è stata questa “ Ha ragione,padre,la messa non si impara: o si vive o si recita”. 

 

3. - I discorsi del nostro amico ateo non finiranno mai di stupirci per il tipo di argomentazioni di cui si avvale e per  la  convinzione che traspare dal suo dire;se non fosse per le perplessità che a volte suscitano e per la “qualità” del soggetto che le esprime  a volte saremmo tentati di crederci di fronte ad un  “originale” apologeta cristiano. Un giorno ci ha detto :“Quando sono in giro per lavoro,(ti sembrerà strano ma è proprio così) io vado per chiese, in cerca di opere d'arte e forse...... chissà perché. Ho notato che in molte chiese cattoliche si trova un'immagine, o una statua, di Santa Teresa di Gesù Bambino, la carmelitana, per niente dotta, proclamata Dottore della Chiesa per avere praticato e proposto "l'infanzia spirituale", un modo di essere cristiani fondato sull'abbandono e la riconoscenza: le due caratteristiche fondamentali del bambino, che aspetta tutto dai genitori e si fida ciecamente di loro. C’è poi un fatto che mi ha incuriosito e mi ha spinto a saperne di più.da ficcanaso quale sono. Questa piccola suora,dicono i biografi, durante i pochi anni passati in convento (vi entrò a 16 e vi morì a 24) non fece assolutamente nulla di straordinario, se non praticare la semplicità evangelica;  soleva dire che anche le più belle opere ascetiche la lasciavano nell'aridità, per cui era solita attingere lumi e consolazione dal Vangelo, scoprendovi sempre nuovi lumi, sensi misteriosi nascosti, per cui affermava di sapere, per esperienza, che veramente il Regno di Dio è dentro di noi. Che immagine della Chiesa poteva mai” vendere” al mondo una suora che non aveva fatto nulla di straordinario, e malgrado ciò veniva beatificata? Si legge nella prefazione a "la storia di un'anima" (biografìa scritta dalla Santa stessa su richiesta delle sue superiore) che un sacerdote, volendo un giorno persuadere Pio X che nella vita di suor Teresa non vi era nulla di straordinario, ebbe la seguente risposta: " sappiate che ciò che vi è di più straordinario in quest'anima è precisamente la sua estrema semplicità... studiate la teologia! " La semplicità di Teresa trionfa ancora oggi in tutte le chiese del mondo, contribuendo a portare in giro una buona immagine di un cristianesimo, accessibile a tutti: siamo di fronte a un veicolo efficientissimo di pubbliche relazioni. Qualcuno dice che l'affermazione della Chiesa potrebbe essere più incisiva e dilagante se vi fossero meno teologi, meno libri di preghiere e più sacerdoti e fedeli semplicemente santi. (Nel vostro Vangelo si legge che Gesù esclamò "ti ringrazio, Padre, per aver nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti ed averle rivelate ai "piccoli";…mi sembra che ci sia una certa distanza dalla Curia romana). Da ateo che non si arrende, e tuttora arranca in cerca della verità, io credo che il miglior messaggio di pubbliche relazioni che la Chiesa potrebbe dare sarebbe quello di tornare alle origini, camminando sulla via della semplicità e della povertà,mettendo in circolazione tanti uomini e donne nei cui occhi si possa distinguere uno splendore di eternità, proponendosi al mondo con la stessa potenza fascinosa che emanava dal Cristo, che non aveva un posto dove posare il capo. Forse oggi,gli uomini di Chiesa ne hanno troppi. 

Ora, per fortuna, sulla ribalta della fede cattolica ha fatto irruzione un eccezionale veicolo di pubbliche relazioni, Papa Francesco, il quale, già col scegliere il nome che ha scelto ha realizzato una positiva azione di pubbliche relazioni; tanto più che ha accostato al nome di  Francesco  la vocazione di “servizio” propria di chi regge la Chiesa in nome di Cristo, il quale, se ben rammento, ha detto proprio“io sono venuto come uno che serve”.

Se il buongiorno si vede dal mattino il pontificato di Francesco entrerà nei manuali di pubbliche relazioni,come quello di un cristiano che,ad imitazione di Cristo, ha fatto del suo modo di vivere l’irradiante comunicazione della verità;come quelli che. se non vado errato, sono i suoi due santi di riferimento:Francesco di Assisi e Teresa di Lisieux. Testimoniando con  essi che Dio è semplicità , si rivela ai piccoli e si nasconde ai “sapienti”: questa è la rivoluzione cristiana basata sul comportamento che fa "immagine”,e crea motivato consenso”: queste sono relazioni pubbliche vere! .

Per incamminarsi su questa strada  non credo che occorrano grandi ripensamenti né profondi studi ,tantomeno altisonanti convegni ecclesiali;basterebbe che voi cristiani leggeste il Vangelo e lo applicaste.” Alla nostra conversazione quel giorno assisteva il Brambilla,un fedele venuto su dalla gavetta e rimasto con i piedi per terra,come lui ama definirsi. Quando l’amico ateo se ne andò il Brambilla,che aveva ascoltato a bocca aperta le esternazioni del nostro interlocutore,commentò “ Porca miseria,se tutti  i  cristiani avessero le idee chiare come quello lì  i santi si sprecherebbero!”.Sembrava di poter leggere nell’espressione del suo volto che voleva alludere anche a qualcuno più su dei semplici fedeli;ma non si può fare il processo alle intenzioni. Il che ci ha anche richiamato alla mente una frase molto bella del filosofo,non credente , Norberto Bobbio:”La differenza rilevante per me non passa tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti”. 

 

4.- A chi “sa “ di religione viene sempre più spesso richiesto di esprimere un parere sul paranormale. Ma decifrare l’uomo è difficile perché le variabili che entrano in gioco nel suo comportamento sono numerose e chiamano in causa discipline umanistiche e scientifiche, fra le quali bisogna essere in grado di operare una sintesi credibile,riferita ad un quadro completo, obiettivo, organico,  documentato. Solo un ben organizzato sforzo interdisciplinare può raggiungere soddisfacenti risultati; offrendo una traccia a chi vuol cercare con spirito critico.  Mente, cervello, comportamento: tre diverse “entità”, o tre anelli  strettamente legati, in un’unica catena, da una misteriosa “connessione”?.... la mente, dominatrice indiscussa o sovrana condizionabile da fattori  interni ed esterni all’uomo? Fra i fattori interni la dinamica  biologica dell’uomo?fra quelli esterni forze negative e positive provenienti da fonti conosciute o sconosciute?quale il meccanismo di comunicazione fra esse e la persona umana? l’uomo è solo energia che si dissolve con la morte o energia che si ricongiunge ad una fonte?quale?e perché?...... 

Nella ipotetica “terra di mezzo”, di cui queste e molte altre domande costituiscono le zolle, si collocano  i cosiddetti fenomeni “paranormali” che chiamano contemporaneamente in causa la fede e  la scienza, portando alla ribalta il mistero dell’uomo. Tali fenomeni  in alcuni casi interessano direttamente la religione:  miracoli, apparizioni, stigmate, locuzioni interiori, bilocazione,  carismi, possessioni…; in altri casi l’uomo religioso viene indirettamente chiamato a riflettere sui responsi dei maghi , delle cartomanti, degli astrologi, sulle azioni terapeutiche dei guaritori, sulle straordinarie capacità rivelate dagli yogin, o correlate alla mistica filosofia dei sufi, o alla pratica della meditazione zen…

Cosa dice  l’uomo “religioso” a chi lo interpella su queste materie?qual è la sua posizione in proposito? È accertato che più di 10 milioni di italiani frequentano regolarmente maghi, cartomanti, astrologi, guaritori, e leggono assiduamente l’oroscopo quotidiano;mentre un gran numero di adolescenti si interessano alla magia, allo esoterismo, alle religioni orientali, al satanismo… e dintorni. Un numero impressionante di persone,un mondo variegato di “nuovi fedeli” invischiato in una corsa al “mistero” inteso come medicina alla fatica del vivere, sempre più avvertita, senza distinzione di età, di condizioni sociali e culturali. Chi ricopre il ruolo di “detentore” e propagatore qualificato della verità evangelica (sacerdoti, professori di religione, laici impegnati…) cosa può fare per contrastare l’imperante confusione generata dalla corsa al paranormale, che annovera fra i corridori non pochi cattolici praticanti, curiosi e ignoranti;forse curiosi perché ignoranti, cioè  affetti da analfabetismo scientifico, filosofico, religioso ? La risposta è semplice: documentarsi per “saper informare”, giacché nessuno può convincere gli altri delle proprie incertezze. Ma c’è qualcosa di più che può fare l’uomo che” sa “di religione: far leva sulla ricerca di spiritualità latente nell’interesse per il paranormale per riproporre all’uomo la dimensione religiosa della vita. Se l’interrogante è un’adolescente che dopo aver “scoperto” l’induismo è in cerca della”esperienza di Dio”, l’interrogato può segnalare che l’induismo invita a riconoscere in noi il principio divino, non solo come conoscenza intellettuale ma anche come conoscenza sperimentale: il mio io più profondo non è il mio ego ma è Dio; cioè una conoscenza ontologica che fa già essere ciò che conosciamo E se a questo punto l’interrogante risulta affascinato da tale comunicazione gli si può prospettare una certa  evangelica “assonanza”;  Il Vangelo non dice forse “io e il Padre verremo a lui e abiteremo in lui” e San Paolo “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”…?Dio  in noi(inabitazione Trinitaria) è il fulcro della vita interiore cristiana, che spiega la “paranormalità”(se così vogliamo provvisoriamente chiamarla) nel cristianesimo, in molti casi da leggere come normale manifestazione della Grazia ( dice Gesù “se avrete fede compirete le opere che io compio e ne farete anche di maggiori… se avrete fede quanto un granello di senape direte a questo monte… quando chiedete qualcosa nella preghiera credete di averla già ottenuta e la otterrete…”). E i carismi sono forse manifestazioni “paranormali”?Che dire poi delle estasi dei santi, delle bilocazioni per esempio di Padre Pio, delle apparizioni mariane, dei miracoli di Lourdes?e per tornare a Padre Pio l’anticipazione dei peccati che il penitente  si accingeva a confessargli sono “paranormali” letture del pensiero? E se infine il giovane interlocutore descrive estasiato l’amore per il silenzio che caratterizza la vita del guru di cui, ha letto qualche opera particolarmente significativa, per esempio le opere del grande maestro indiano Aurobindo(per fare un esempio fra i tanti grandi dello spirito di cui è ricca la spiritualità indiana),un uomo di Dio che fu visto più volte lievitare durante la preghiera, colui che”sa” di religione può attirare l’attenzione sulle opere dei grandi mistici del cristianesimo dove la dimensione del silenzio è il  luogo perennemente privilegiato per l’ascolto di Dio.: nella prospettiva dell’itinerario mistico cristiano il venire assimilati al Verbo di Dio coincide con l’assimilare noi la Parola di Dio. Non siamo sulla stessa lunghezza d’onda della ricerca induista? E forse  oltre? Agli esperti  la risposta e i “distinguo” del caso. Ma se il giovane cosmonauta dello spirito  fa enfaticamente osservare che la realizzazione dell’unità dell’uomo col suo Creatore è l’intera essenza dello  yoga, l’uomo che “sa” di religione può suggerirgli qualche significativo passaggio, per esempio della preghiera di Elisabetta della Trinità( … vi chiedo di rivestirmi di voi stesso, di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituirvi a me,affinché  la mia vita non sia che una irradiazione della vostra vita… oh miei Tre… Immensità in cui mi perdo, mi consegno a voi come una preda. Seppellitevi in me perché  mi seppellisca in voi….) o una delle tante opere dei mistici cristiani protagonisti di fenomeni straordinari, che spesso giacciono polverosi nelle biblioteche parrocchiali.(dove, invece, fanno bella mostra di sé i recenti trattati di teologi d’avanguardia, i libri e libricini di preghiera,in pochi dei quali si accenna alla “possibilità” che la preghiera sia soprattutto un “ascoltare” Dio).

Attenzione però! Una volta inoltrati in questo “apparentemente comune territorio” occorre essere in grado di approfondire le problematiche inferite , filtrandole attraverso il senso critico che attinge alla conoscenza scientifica dell’uomo,al corretto modo di ragionare ed alla “sapienza del cuore” nutrita dalla conoscenza non routinaria della Scrittura: due “strumenti ” che se ben utilizzati attraverso una costruttiva dialettica, possono sfrondare gli aspetti sensazionalistici, neutralizzare la morbosa ricerca della gratificazione emotiva, offrendo l’occasione per riscoprire il Cristianesimo nel suo genuino fascino esistenziale. Una spolveratina ai libri del Cardinal Martini potrebbe tornare particolarmente utile in proposito. Per guidare gli interlocutori in questo slalom  culturale,che li porti ad intravedere il cartello “cristianesimo”, occorre però conoscere bene le piste, avere a disposizione una buona mappa dei percorsi possibili, perché i cosiddetti fenomeni paranormali, in qualunque contesto si verifichino,presentano grosse difficoltà di interpretazione, e chiamano in causa aspetti diversi; ed una serie di  elementi che si integrano e si influenzano reciprocamente. È pertanto indispensabile poter fare riferimento a un quadro obiettivo, organico e completo in cui accanto al punto di vista dello psichiatra, del neurologo, del biologo, dello scienziato, dello psicologo, del fisico, ci sia quello del biblista, del filosofo, dell’esperto di spiritualità, del conoscitore delle religioni orientali, dello studioso di magia nera… Se si vuol capire, o tentare di capire, occorre non fermarsi alla manifestazione fenomenica ma interrogarsi in primo luogo sull’essere umano che ne è protagonista, leggendolo attraverso le varie componenti che concorrono a farne una unità psico-fisica, da capire nella sua dialettica biologica interna, e anche nel rapporto che lo lega all’ambiente in cui vive, dal quale potrebbero derivare degli influssi che ne condizionano il comportamento, interferendo quindi in quelle manifestazioni che vengono definite “paranormali”. Bisognerebbe cioè in primo luogo conoscere bene la “normalità”.

 

5. - Non c’è dubbio che il Papa che ci è toccato in sorte rappresenti uno stimolo positivo per l’uomo moderno abituato a vivere di fretta emotiva, di sintetici dibattiti informatici privi di analisi, di certezze di comodo che si esprimono in comportamenti routinari e come tali mai rivisitati criticamente: è un Papa che per certi versi ricorda il cardinale di Milano Carlo Maria Martini. Sia l’Arturo sia il Brambilla erano “fanatici” di Martini; il Brambilla in modo particolare quando sentiva qualche critica nei suoi confronti (è noto che Martini non ebbe solo amici ed estimatori in ambito ecclesiastico per la sua straordinaria informalità nei rapporti e l’assoluta sincerità e libertà del pensiero) partiva a razzo usando termini viscerali nei confronti di chi osava toccargli il suo Martini, che secondo lui sarebbe stato il Papa ideale per cambiare la Chiesa. Oggi il Brambilla stravede per Papa Francesco nei confronti del quale si esprime,secondo l’Arturo, con la platealità e la sincerità che ne fanno “un bambino cresciuto troppo in fretta nella fretta del mondo”. Quanto a Papa Francesco l’Arturo però gli va a ruota nel testimoniare il suo entusiasmo, naturalmente col suo stile di uomo di cultura, cattolico verace,  abituato tuttavia  ad esprimere il proprio pensiero critico in termini non compromissori ma nemmeno irriverenti. Quando i due discutono sulle crepe della Chiesa attuale il Brambilla, che non ha fatto raffinati studi teologici ma è rimasto fermo al “comune sentire”, ricorda che anche Gesù prese la frusta contro i mercanti del tempio e pronunciò sette terribili “guai” nei confronti dei farisei del suo tempo; pertanto per farla breve il Brambilla vorrebbe che Papa Francesco facesse in fretta ad usare la ramazza. L’Arturo, dopo aver ascoltato con rispetto la sua voglia di pulizia, gli ricorda benevolmente alcune cose non da poco che  Papa Francesco ha già fatto e sta facendo malgrado i suoi “nemici” schierati su formidabili frontiere:

 

  •  la rimozione di cardinali attico-dotati

  •  il rinnovamento dei vertici dello IOR, con relativa cancellazione della patente di paradiso fiscale del      Vaticano

  •  la strategia dell’attenzione e dell’ascolto riservata ai suoi critici

  •  la sollecitazione al dibattito su temi di attualità che vedono contrapposizioni, anche molto marcate, da diverse posizioni ecclesiali, evitando però di intervenire d’ autorità, come gli consentirebbe il suo ruolo

  • l’utilizzo di ogni occasione propizia per esternare il suo pensiero sui temi di attualità, senza tabù e con ponderate riflessioni ispirate a grande senso di umanit

  • l’assunzione di una posizione netta ed inequivocabile nei confronti della pedofilia, con drastici interventi nei confronti di coloro che da posizione autorevole ne hanno coperto la piaga

 

“Mi pare che per ora ce ne sia abbastanza”, dice l’Arturo invitando il suo amico a non confondere il Papa con un bulldozer. D’altra parte - ricorda l’Arturo al suo impaziente amico - la riprova palese che l’azione di questo Papa è positiva lo dimostra ampiamente la stima di cui gode anche presso i non credenti. Per cui lasciamo che il seme delle sue “proposte” al popolo cristiano e a tutti gli uomini in generale dia il suo frutto; anche Gesù preferiva lo stile del proporre a quello dell’imporre, del testimoniare più che del condannare. Se lui usava questo metodo c’è da credere che qualche buona ragione l’avesse, e lui non era proprio l’ultimo venuto, come i fatti hanno ampiamente dimostrato.” Il Brambilla bofonchia “Signore, pensaci tu…”, dà una  pacca sulla spalla all’amico e si congeda dicendo che deve andare perché i suoi bambini l’aspettano. Strada facendo si ricorda che quando fanno i birbanti preferisce ammonirli benevolmente più che castigarli severamente, come a volte vorrebbe sua moglie. Però quando occorre essere intransigente non esita a prendere posizione, perché così faceva anche sua madre, contadina dal cervello fino.

 

6. - Diventare coscienti di non essere al passo coi tempi può forzare la mano a dare troppo spazio all’ascolto del “nuovo” per aprire “nuove” strade. L’elisir del nuovo fine a se stesso può portare in sé il bacillo dell’illusione. L’insidia che si cela in questa presa di coscienza è  quella di gettarsi a capofitto nell’ascolto acritico delle voci del nuovo ritenuto valido solo perché tale. Non bisogna lasciarsi avvolgere e fuorviare dalla densa cortina fumogena dei propugnatori del nuovo inteso come strumento per omologarsi alla moda dominante, e così coltivare l’illusione di “ritornare in pista” solo perché si parla il linguaggio dei più. Bisogna in primo luogo  andare alla ricerca di quello che c’è “dietro” il linguaggio dei più per capire anzitutto di che cosa esso rappresenta l’espressione. Si  tratta quindi anzitutto di rivedere le proprie certezze di coscienza, come si sono costruite ed eventualmente quali falle non sono state avvertite nella loro costruzione. Si deve cioè fare a ritroso il cammino che ha portato al loro conseguimento. Se tali certezze traevano alimento dalla presunzione di essere nel vero solo perché paludati del sacro, e quindi legittimati a regolare la vita altrui dando per scontate celesti illuminazioni allora si tratta di risalire alla fonte del Sacro per scoprire se la sua arbitraria interpretazione, più o meno coscientemente avvertita e perseguita, non ha dato luogo alla proposta di norme di pensiero e di comportamento frutto di compiaciute elucubrazioni avulse da qualsiasi aggancio col  reale, considerato come l’insieme di un gregge di automi incapaci di pensare. Per ascoltare gli altri con cognizione di causa bisogna però  in primo luogo rivedere il proprio rapporto con il Sacro che si è chiamati ad interpretare, tenendo conto del fatto che lo  Spirito che lo conduce e ne illumina l’interpretazione non è disponibile a comando, e che per poter “parlare” nei convegni deve prima poter “parlare”  nell’intimo dell’uomo che nel silenzio si riconosce un servo inutile, un propositore  di nuovi orientamenti pervaso dal dubbio costante di essere un interprete fedele. La prudenza che accompagna la determinazione del Pastore che oggi illumina il cammino dell’umanità costituisce pertanto la miglior garanzia di un ascolto proficuo di tutte le voci animate da onestà intellettuale. Non resta che imitarne la condotta.

 

7. - La nostra scelta è per il matrimonio tradizionale, senza che questo implichi alcun giudizio nei confronti delle altre forme di unione. Piuttosto di giudicare riteniamo infatti che sia necessario cercare rispettosamente di capire, senza per questo venir meno alle proprie scelte di coscienza. Ciò premesso  sembra interessante proporre alcune considerazioni espresse da un amico cristiano molto geloso della propria libertà di coscienza che forse possono contribuire ad una serena disamina delle problematiche attualmente sotto i riflettori della pubblica opinione. 

Tali considerazioni possono essere così riassunte:

“esiste l’attrazione naturale che porta istintivamente al desiderio della condivisione sessuale, ma se l’incontro avviene solo come risposta a questo impulso naturale e l’interazione si esaurisce nella sfera della sessualità fine a se stessa  è identica a quella di ogni animale, con la differenza che gli animali la sentono e vi obbediscono prevalentemente nel periodo degli amori come risposta ad uno stimolo incontrollato, mentre l’uomo sente questo stimolo ma ha la capacità di rivestirlo di una componente spirituale. C’è chi è propenso a credere che l’errore di una istituzione religiosa, chiamata a dettare norme morali, possa essere quello  di aver ignorato come la sessualità sia il tessuto connettivo della relazione amorosa; cioè una componente e al tempo stesso l’alimento dell’amore inteso come spiritualità che comprende il corpo  desiderato e vissuto quale  elemento dinamico dell’amore , nella fusione di due “identità” che si sciolgono l’una nell’altra per dar vita ad una identità nuova con due diverse espressioni. Mentre prima esistevano due “diverse” espressioni di due “diverse” identità la dinamica dell’amore alimentata dalla sessualità crea un nuovo “soggetto” che si esprime in due nuove identità che attingono alla stessa fonte, come due foglie alimentate dallo stesso stelo. Poiché questo aspetto di compenetrazione reciproca e di creatività continua della nuova identità ha bisogno di essere “continuamente alimentato” indipendentemente dalle conseguenze procreative, se tale  dinamica di compenetrazione viene “ regolata” condizionandone e limitandone l’espressione con l’esclusione della sua “conclusione naturale” dovuta al timore della procreazione eventuale, ne deriva l’instaurazione di una modalità espressiva di compenetrazione “alterata”, che altera a sua volta  il processo creativo della nuova identità di cui la sessualità, correttamente intesa e praticata in un contesto “spirituale” è , come detto, al tempo stesso alimento e garanzia. Ciò comporta l’instaurarsi  di una abnorme situazione di regressione dove dietro “all’uno in fieri” ricompare la dualità originaria interrompendo così quel processo di fusione continua che la sessualità nelle sue varie espressioni affettive è chiamata a generare e rinnovare continuamente. Né si può dimenticare per quanto attiene all’espressione del sesso il contesto in cui tale espressione nasce, la sua origine e il momento della sua coscientizzazione; se genera empatia perché è una donazione per il piacere dell’altro o è esclusivamente finalizzato al proprio piacere, o se infine rappresenta un egoismo a due. Va detto comunque che l’interazione  , nutrita di repressione, si tinge allora di finta soddisfazione, lasciando emergere nel rivivere della dualità la valenza di “allettanti” richiami di cui è ricco il tessuto sociale; richiami che offrono la possibilità di raggiungere quel quid incompiuto che l’interruzione del processo creativo ha generato in omaggio alle regole di una  visione della realtà alterata, perché viziata da una distorta visione dell’uomo e della bellezza di una  sessualità che richiama l’infinito. L’ ipsi erunt una caro , cui si ispira il Cantico dei cantici - il più bel poema d’amore tramandatoci dalla Bibbia – risulta pertanto un’ utile lettura per capire il mistero della sessualità, variopinta farfalla  chiamata a suggere il fiore della vita.” Al di là di ogni giudizio di merito ci sembra  di poter leggere in  tali considerazioni un invito a rivalutare la sessualità tingendola di gioia, nel quadro di una relazione che aspira ad eternarsi perché pesca nell’eterno:  è forse questa la cifra di una ritrovata “religiosità” che attinge alla pienezza dell’umano e come tale respira nell’armonia universale, in consonanza col suo Artefice?.

 

8 - Dobbiamo distinguere fra la fede di chi crede a occhi chiusi giurando sull’ autorevolezza (il più delle volte sull’autorità) di chi gliene trasmette  i contenuti che accetta in modo acritico senza approfondirli col ragionamento: in questo caso la sua fede è un credere “nell’uomo” che gliela trasmette più che nel contenuto della fede stessa perché in realtà non si è mai preso la briga di andare a consultare il messaggio alla fonte dalla quale  emana e di cui chi glielo trasmette è semplicemente un intermediario. Se invece si impegna a risalire con la sua ragione alle radici del messaggio studiandolo sotto il profilo contenutistico e storico, in chiave critica, approfondisce le sue motivazioni e passa da  credente in  colui che gli dice ciò che deve credere a credente che crede perché ha sondato personalmente quello che gli si dice di credere: nel primo caso è uno che ha raccolto una serie di informazioni giurando ad occhi chiusi sull’autorevolezza (il più delle volte sull’autorità) di chi gliele trasmette, nel secondo è uno che ha utilizzato il messaggero per rintracciare le fonti del messaggio ed approfondirne personalmente la conoscenza. Qui si delinea anche la differenza fra fede acritica e fede adulta; la fede acritica accettata passivamente e passivamente praticata, il più delle volte in termini routinari, non è mai sfiorata dal dubbio perché si adagia supinamente su quel che le viene  detto e che crede di credere; la fede adulta va alla ricerca delle verità disseminate lungo il sentiero del messaggio che gli viene trasmesso, affronta il dubbio che a volte emerge lungo tale itinerario, cerca di approfondirlo, di conoscerne le ragioni e di superarle con motivazioni logiche e storicamente provate, facendo così dell’esercizio della sua ragione e del dubbio costruttivo  un mezzo di consolidamento della propria fede, che pratica da adulto sfuggente dall’abitudine al sacro. La differenza della posizione si manifesta in tutta evidenza quando il messaggero dimostra di tradire col proprio comportamento il messaggio nel quale ha invitato altri a credere: chi credeva fidandosi unicamente di lui è portato a perdere la fede nel messaggio che identificava col messaggero; chi aveva raggiunto la certezza del messaggio attraverso un iter critico di ricerca personale trova nella defezione del messaggero una conferma della verità del messaggio. “L’abitudine al sacro” è la tomba della fede perché la riduce alla routine delle pratiche ripetute senz’anima, ad una serie di gesti rituali e di preghiere “parlate” senza interiorità;è  il compimento più o meno periodico di un “dovere” che risponde al ragionevole ossequio alla “norma” senza coinvolgere il profondo dell’anima in una esperienza di tipo esistenziale, dove il mondo esterno sparisce per lasciare il posto all’emergere di un anelito interiore che si affaccia sull’orizzonte dell’infinito. La fede routinaria non scalda il cuore e non genera empatia con chi avvicina colui che la professa, anzi comunica il gelo della copertina patinata di un bel libro che porta un titolo fascinoso dietro il quale esistono soltanto  pagine bianche.

 

9. - Criticare i preti è la moda del momento, soprattutto influenzata dagli avvenimenti in corso che non trasmettono certamente una bella immagine. Diciamo subito però, per onestà intellettuale, che non bisogna cadere nell’errore di confondere il messaggero con il messaggio, né ciò che appare con ciò che sta “dietro”. Ciò che appare, amplificato e infiocchettato dai media, certamente è sconcertante ma il molto che non appare, ed è largamente il più, costituisce il tessuto connettivo di una “presenza” che nel mondo opera silenziosamente per il bene lontano dai riflettori, dalle vesti colorate e dalle cerimonie solenni: quel mondo, per dirla con parole povere, al quale vien fatto di pensare guardando l’attuale “appartamento” papale. Per giudicare con cognizione di causa il male che si vede il vero metro di misura è la conoscenza approfondita del messaggio che si dice tradito; ma quanti fra gli stessi cattolici lo conoscono in modo approfondito? Se la maggior parte di essi ne fa una questione di conoscenza superficiale e di pratica routinaria una onesta riflessione su se stessi spoglierebbe i giudici di una toga di cui si rivestono troppo pomposamente. Forse il problema non si riduce ad una migliore selezione dei messaggeri ufficiali ma invoca anche un deciso restyling dei praticanti fedeli che agli occhi di chi non crede offrono spesso a loro volta (quanti sono i  “cristiani” impigliati attualmente nelle maglie della giustizia?) un’immagine non proprio accattivante, tanto da indurre molti osservatori ad affermare che esiste un asse molto solido che unisce quanti tradiscono il messaggio paludati nelle sacre vesti  e quelli che lo tradiscono vestiti da fedeli. Pertanto una riflessione comune ed una autocritica corale e costruttiva potrebbe generare un’efficace cambiamento, a meno che non si ritenga che il Papa debba cambiare tutto da solo mentre gli altri stanno a guardare. Ma in un tempo in cui giustamente si pone l’accento sul fatto che la Chiesa sono i fedeli il loro cambiamento deve necessariamente accompagnare quello dei messaggeri “togati”, perché tutti sono testimoni in prima fila da posizioni diverse. Pare infatti che Gesù abbia proprio detto così… e Lui se ne intendeva; per cui il prestare un po’ più di “personale” attenzione al suo dire e meno all’altrui tradire forse renderebbe l’atmosfera del mondo più tersa, il messaggio più comprensibile, i messaggeri(paludati e non) più credibili. Tutto ciò ferma restando l’assoluta necessità del massiccio intervento di una task force armata di tutti gli strumenti più moderni di disinfestazione, impegnata nell’emulazione di quel benevolo furore che ispirò l’intervento di Gesù contro i mercanti del tempio.

 

10 . - Sulla banchina del metrò ci siamo imbattuti nel nostro amico mangiapreti. La prima cosa che ci ha detto, con caloroso compiacimento, è stata “ ho letto che vogliono fare santa Madre Teresa di Calcutta…. era ora!  Ricordo di averti raccontato  che ho avuto la fortuna di incontrare questa donna meravigliosa quando venne a Milano in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II, parecchi anni or sono. Fu durante l’intervallo di un suo incontro con i giovani che si svolgeva sotto una grande tenda nel parco di Milano. Un mio collega cattolico mi consentì di assistere, per l’amicizia che ci legava e per le mie pressanti insistenze ,alla sua intervista a Madre Teresa, che per l’inclemenza del tempo (pioveva a dirotto)si svolse in una piccolissima roulotte  parcheggiata poco distante dalla tenda, dove trovai posto insieme ai due protagonisti della vicenda. Me ne stavo rannicchiato nell’angolo, di fronte, in diagonale, alla piccola suora,a due tre metri di distanza da lei; il mio amico, un uomo grande e grosso, seduto al minuscolo tavolo della roulotte, di fronte a quella piccola donna ricurva, sembrava una montagna davanti ad un topolino. Lei rispondeva in inglese, tenendo gli occhi bassi ;quando li alzava a volte i nostri sguardi si incrociavano... in quegli istanti credo di avere provato una emozione molto simile a quella che mia moglie afferma di provare guardando negli occhi il nostro piccolo Simone :lei dice di pensare “piccolino ti guardo negli occhi e parlo con Dio”.Quella donna ricurva seduta poco distante  costituiva uno dei più duraturi ed efficaci messaggi di relazioni  pubbliche della Chiesa cattolica.....da lei emanava “qualcosa” che ti scavava dentro e,per un attimo, ti faceva gustare la bellezza della vita...anche a me,che sono un cronista giudiziario,e tu sai bene cosa vuol dire. Non mi sono meravigliato che al suo funerale fossero presenti i capi di Stato delle maggiori nazioni del mondo. Era piccola, ricurva, con la faccia grinzosa, ma aveva una “bellezza” che non ho mai visto nemmeno nei più bei quadri del mondo. Non  ridere, non mi sono convertito, ma quel giorno ho visto come un “messaggio” può veramente incarnarsi in un “messaggero.”:queste sono le migliori pubbliche relazioni di una religione. E quel giorno mi son detto che anche quello che voi credenti chiamate Dio ha le sue grandi “attrici”, che a differenza di quelle del cinema sanno incantare con gli occhi anche senza truccarsi”.

Ma allora i “damerini pomposi” del sacro spendono inutilmente i loro soldi comprando i “cosmetici” della spiritualità che vanno proponendo con forbiti discorsi?

 

11. - “Andiamo a bere un caffè” ci disse l’amico che eravamo andati a trovare nella sua vecchia casa in un paese dell’hinterland. Fu così che entrammo nel bar-osteria del paese e ci accomodammo al banco, capitando gomito a gomito con due interlocutori di cui ci fu svelata in seguito l’identità: il vecchio parroco del paese e il maggiorente locale,autorevole esponente della società bene,che stava protestando  con lui - ad alta voce per farsi sentire bene da tutti i presenti - dicendo che proprio non riusciva a capire  come Dio non ci mettesse una pezza a tutti i guai che stanno succedendo nel mondo. Tenendo una mano in tasca della sua veste non proprio alla moda il vecchio prete gli disse “tu non capirai mai niente di Dio fino a quando non imparerai a fare silenzio, perché Dio è armonia silente che parla dentro di noi senza strepito di parole,nel silenzio eloquente della nostra coscienza, che se ascoltato con onestà ci  svela il segreto della verità sugli uomini e sulle cose”. Al che il suo interlocutore rimase interdetto, e noi con lui tanto da bloccarci con la tazzina del caffè sospesa a mezz’aria  perché  un pensiero così semplice e lapidario non l’avevamo mai sentito neanche dai forbiti predicatori di città. Ci venne poi spiegato che quella veste un po’ trasandata ospitava un prete prossimo alla pensione  abituato a parlare poco di carità ma che non sa dire di no a chiunque bussa alla porta della sua canonica,che non somiglia proprio per niente ad un attico. Quando fece l’atto di pagare la sua consumazione il barista gli disse “niente don… offre la ditta” . L’amico ci spiegò che il padrone del bar ha l’abitudine di rifiutargli il pagamento del caffè perché sa che di solito non ha monete in tasca, dato che non sa rifiutare un obolo a qualunque povero trova per strada. Ci venne fatto di pensare che forse la sua canonica  potrebbe utilmente ospitare uno “speciale” corso di esercizi spirituali riservato ai componenti della Curia Vaticana; e ci chiedemmo se quando dovessero andare al bar per rilassarsi dalla “fatica” della concentrazione silenziosa prevista dagli esercizi   il barista offrirebbe anche a loro gratuitamente il caffè.

12 - Quando il Brambilla vuol fare il teologo non è meno spassoso ascoltarlo di quando vuol fare il grande politico. Un giorno abbiamo avuto occasione di cogliere questa discussione fra lui e l’Arturo il Brambilla sosteneva che la Chiesa per essere credibile non dovrebbe avere tanti orpelli, vesti fastose e preziosi anelli e croci pettorali che distinguono i suoi esponenti di livello elevato, perché questo fa a pugni con il Gesù del Vangelo. L’Arturo gli diceva “ma non possiamo mica buttare a mare tutte le tradizioni che si sono accumulate nei secoli ed hanno impreziosito la vita della Chiesa.” Al che il Brambilla ribatteva  “ ma questa sono tutte frottole  perché Gesù Cristo aveva una tunica sola, che doveva essere anche abbastanza sporca perché la gente lo pressava da  tutte le parti e poiché Lui prediligeva i bambini che gli si stringevano intorno sappiamo che i bambini, specialmente quelli di quel tempo, non credo che avessero proprio le mani all’acqua e sapone. E credo che le donne che seguivano Gesù avessero un bel da fare a tenergli pulita la tunica” . Al che l’Arturo rispondeva  “ma tu stai parlando di cose d’altri tempi; il mondo si è evoluto, la Chiesa stessa si è evoluta e si è adeguata ai tempi; deve adeguarsi ai tempi per poter colloquiare agevolmente con gli uomini. Le vesti dei cardinali e gli ornamenti preziosi sono un retaggio della tradizione che non devono essere confusi con l’ostentazione, anche se può esserci qualche soggetto che sembra un manichino più che un religioso.”  Brambilla prontamente ribatte” Tu puoi  raccontarmela come vuoi ma io dico che se la Chiesa tornasse povera come un tempo, come ai tempi di Gesù, la gente la seguirebbe molto di più perché troverebbe in essa l’autenticità del Cristo che non conosce tempi, e va bene così com’è per tutte le stagioni e per tutte le nazioni.” L’Arturo replicava “La  società moderna richiede di stabilire relazioni nazionali e internazionali di un certo livello e con un certo modo di essere. La gerarchia fa parte della struttura della Chiesa e le permette di vivere in tutte le sue articolazioni in modo omogeneo e sul piano internazionale di relazionarsi con i reggitori delle nazioni secondo protocolli consolidati nel tempo. Non si tratta di affettazione ma di armonizzare con i costumi del tempo che esigono certi comportamenti ed obbligano a sottostare a certi rituali diplomatici. Allora il Brambilla incalza “ Senti un po’ Gesù Cristo andava a mangiare anche a casa dei ricchi e non si cambiava mica la tunica perché la sua autorevolezza, come tu la chiami, risiedeva tutta nella sua persona, nel suo modo di essere, di presentarsi, di parlare eccetera eccetera. Ed è per questo che non aveva bisogno di cambiare vestito, la tunica che indossava gli andava benissimo per parlare con i poveracci e  con i ricchi sfondati; gli era più che sufficiente per chiamare Matteo il gabelliere e per parlare con Zaccheo dopo averlo tirato giù dall’albero, col centurione che aveva il servo ammalato, con i ben vestiti e azzimati sacerdoti, con sadducei e  farisei, e anche con i cosiddetti sapienti maestri della legge: che erano i maggiorenti del tempo. È sempre tenendo la sua tunica li sapeva zittire e minacciare con i sette guai, e sempre  la stessa tunica gli  bastava per prendere a frustate i mercanti del tempio rovesciando i loro banchi, e in pari tempo per trasmettere all’ emorroissa il suo potere di guarigione, e sempre con la stessa tunica per risuscitare Lazzaro, la figlia della vedova, per toccare e guarire i lebbrosi…… e via dicendo.” Al che l’Arturo stizzito ribatte “ Allora cosa devono fare i vescovi, i cardinali, i monsignori e i preti di oggi ? Mettersi tutti una tunica come Gesù Cristo e scendere fra la folla?…… Il Brambilla lo interrompe con violenza “Credo proprio che non sarebbe mica male  vederli scendere fra la folla non dico con la tunica ma con un vestito dimesso anche se  pulito naturalmente, ma con

una maggiore umanità aperta al dialogo ed alla comprensione verso tutti,  a cominciare da quelli che vengono definiti peccatori ai quali Gesù dedicava una particolare attenzione, dicendo di essere venuto per essi e di voler sacrificare la propria vita per amor loro. Capisco che sono cose d’altri tempi ma si dà il caso che quei tempi fossero i tempi di Dio, se non mi sbaglio.” A questo punto l’Arturo, piuttosto indispettito, tagliò corto dicendo “Senti è venuta l’ora di andare a mangiare; piantiamola qui e andiamo avanti nel discorso la prossima volta che ci incontriamo” Al che il Brambilla, da quel cattivello che a volte sa essere, rincarò la dose dicendo “ Comunque tu che conosci bene il tuo vescovo compragli  una tunica e una croce di legno e digli di andare al mercato tutti i sabati a parlare con la gente; e magari di sera di farsi un giro al parco a parlare con le prostitute, e perché no di andare due volte alla settimana nelle carceri a trovare i carcerati  a cominciare da quelli che hanno commesso i delitti più efferati, e poi altri giorni negli ospedali a visitare i moribondi, soprattutto quelli che stanno tirando le cuoia  in perfetta solitudine… magari, nel delirio dell’agonia, potrebbero scambiarlo per Gesù Cristo e morire contenti.” L’Arturo affrettò il passo perché in realtà non sapeva cosa rispondere e gli veniva voglia di utilizzare parole non proprio amichevoli nei confronti del Brambilla il quale, per di più, nel pronunciare la sua “arringa” gridava come un forsennato, facendo voltare i passanti. Non ci siamo mai divertiti tanto ad un dibattito “teologico” così improvvisato e non privo di un suo fascino,dobbiamo ammetterlo; anche perché sembra quasi di ravvisare una  certa analogia fra gli inquieti dibattiti che coinvolgono le basi dei partiti e l’autocritica strisciante che percorre il tessuto ecclesiale:in entrambi i casi sembra affiorare una sete di autenticità e coerenza che se saziata potrebbe rigenerare il tessuto sociale. Va detto, comunque, che le espressioni del Brambilla andrebbero forse un po’ ridimensionate: naturalmente resta da stabilire quale sia  l’equa misura di ridimensionamento da applicare… però dopo aver dato un attento sguardo alla “realtà”.

13 - Quando l’Arturo vuole rivestire di autorevolezza le proprie tesi a sfondo morale religioso, riferisce il parere di don M., tradizionalista,  frequentatore della società bene caratterizzata dalla presenza di non pochi altolocati  uomini pii; il Brambilla invece, solitamente, fa sue le citazioni di Don A., che è quasi un prete di strada, si potrebbe dire un Brambilla in clergiman, anche se gli si adatterebbe meglio la tonaca del Don Camillo di Guareschi. Questi due uomini che si stagliano sulla frontiera del sacro dialogano così indirettamente fra di loro perché l’Arturo e il Brambilla li invocano regolarmente, con ferma convinzione, a sostegno delle proprie tesi, divergenti, anche in materia di sacro e di sesso. L’altro giorno i due amici parlavano del sesso a proposito della definizione di  gioia e di dono di Dio ad esso attribuita da Papa Francesco. L’Arturo diceva che il suo don di riferimento gli aveva detto che quella di Francesco, a suo modo di vedere, è una tesi troppo ardita e che andando avanti di questo passo si potrebbe sfasciare la Chiesa; al che il Brambilla ribatteva di ritenere, col suo  don di riferimento, che più sfasciata di così sarebbe difficile ridurre la Chiesa, e che tutte le speranze di guarigione sono riposte nella cura del medico Francesco. E a proposito del sesso visto dai tradizionalisti Brambilla, per tirare una frecciata come sua abitudine, adduceva quale esempio significativo il fatto di un prete, da lui conosciuto quand’era ragazzo, che da buon tradizionalista era solito dare ai giovani che si affidavano alla sua direzione spirituale ricette intransigenti in materia di condotta sessuale; se non che a un certo punto, proprio lui, gettò la tonaca alle ortiche per “accasarsi” con  una avvenente fedele sua abituale frequentatrice, per consigli evidentemente non solo spirituali. Subito l’Arturo tagliò corto dicendo che “come una rondine non fa primavera così un temporale non è necessariamente un tornado”. Argutamente il Brambilla a questo punto fece osservare al suo interlocutore che comunque “fuori” pioveva a dirotto: per cui forse l’ombrello di Francesco (la giusta rivalutazione del sesso) non era del tutto inutile, soprattutto in presenza del “diluvio” della pedofilia, non fosse altro per far risparmiare alla Chiesa milioni di risarcimento: argomento questo che  un serio tradizionalista dovrebbe apprezzare nel giusto modo perché pecunia non olet se resa disponibile per “ sacri investimenti”.

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