1. - Politica è l’arte di servire al meglio il bene comune, la ricerca di sempre nuove formule per realizzare tale bene, facendosi strumento di una ispirazione etica che affonda le radici in un umanesimo integrale.

È l’intransigenza nel rispetto della persona e nella tutela dei suoi diritti, garantendo a ciascun membro della comunità pari opportunità di sviluppo sotto il profilo culturale, economico, politico, religioso, nel quadro di una giustizia sociale tutelata dalla certezza del diritto.

E’ il controllo severo, puntuale e continuativo sui criteri di selezione della classe dirigente e politica, nonché sulla loro tempestiva eliminazione non appena viene meno ai doveri propri del suo ruolo.

È l’esercizio della difficile arte dell’ascolto che si nutre del contatto continuativo con tutte le componenti sociali, facendo tesoro dei suggerimenti offerti dalla loro quotidiana esperienza.

La politica è l’arte di servire con impegno ed onestà; non è una professione, ma piuttosto una parentesi di operosa disponibilità che trova nella qualità dei risultati la propria gratificazione. L’onorevole dovrebbe chiamarsi “onorato” perché tale è chi ha il privilegio di servire la comunità.

Stampa e Magistratura  liberi sono i custodi della buona politica.

Il giornalismo, in particolare, ha la funzione di fungere da volano della “resilienza”, guidando gli italiani a riscoprire la bellezza delle proprie radici e ad attingere in essa la forza per costruire il proprio futuro: da una parte denunciando tutto ciò che di negativo caratterizza l’odierna società, dall’altro offrendo all’opinione pubblica gli strumenti necessari per l’esercizio del pensiero critico; cioè fare la “fatica di pensare” con la propria testa, senza lasciarsi suggestionare dai manipolatori del consenso.

 

2. - Il nostro tempo vede la presenza di "strani" eroi: quelli del "io non rubo".

C'è una categoria di politici che vanno strombazzando continuamente ai quattro  venti che loro sono puliti , non rubano,alcuni addirittura mettono a disposizione una parte del loro stipendio; cosa certamente encomiabile. . Il Brambilla, che è un uomo di buon senso, dice che il fatto di non rubare non costituisce di per sé un eroismo, bensì  il semplice compimento del proprio dovere; milioni di italiani non rubano eppure non vanno in televisione a vantarsene: lo fanno perché glielo suggerisce la coscienza, notoriamente priva di megafono. Non rubare vuol dire essere delle "brave persone" come ce ne sono tantissime che operano in silenzio senza tanto agitarsi, e non ambiscono alla santificazione mediatica. Quanto a lasciare una parte del loro stipendio il Brambilla dice che probabilmente lo fanno per essersi resi conto che si tratta di una somma assolutamente assurda rispetto a quanto guadagna gente professionalmente qualificata sul posto di lavoro, operando ogni giorno con assiduità e intelligenza. Quindi, ribadisce il Brambilla, lasciare una parte che si ritiene esorbitante dei propri emolumenti perché venga utilizzata più proficuamente è un segno di buona coscienza, una specie di restituzione “dovuta”, ma anche questo non sembra dover necessariamente evocare cori angelici: è auspicabile che susciti molti imitatori, questo sì, ma saremmo sempre nel territorio dell’umano; dell’autocritica costruttiva. C'è poi un altro discorso che il Brambilla è solito fare quando si concede pause di riflessione; dice che il fatto di essere una brava persona non vuol dire essere automaticamente in grado di governare un paese, una città, una istituzione, un'azienda; perché la rettitudine morale non produce automaticamente la capacità professionale. Se in sala operatoria è presente un buon infermiere non è che il chirurgo si senta autorizzato a passargli il bisturi dicendogli di operare al suo posto perché è una brava persona: probabilmente se lo facesse trasformerebbe quella brava persona in un produttore di cadaveri da sala operatoria, anziché dei pazienti chirurgicamente guariti. La morale della favola, prosegue il Brambilla, è che il malvezzo corrente di dichiarare sic et simpliciter buoni politici i bravi ragazzi solo perché tali è come considerare "danni collaterali" i cadaveri che il buon infermiere di cui si è detto lascerebbe traccia sul tavolo operatorio; è risaputo, comunque, che il Brambilla è portato ad estremizzare le situazioni; però tutti dicono che è un uomo di buon senso che non si lascia incantare dalle esternazioni schiamazzanti televisive, infarcite di insulti presentati agli occhi dell'opinione pubblica come esternazioni moraleggianti. Non è da oggi che esiste la contrapposizione politica anche dura e pungente; i politici del passato, sempre secondo i ricordi del nostro amico Brambilla, utilizzavano il rasoio tagliente del pensiero per fare opposizione, rinunciando alla politica inguinale. Sono quelli che hanno fatto l’Italia, mentre quelli di oggi, sempre secondo il Brambilla, rischiano di disfarla con i loro comportamenti rissosi, alimentati dalle beghe di palazzo. E il Brambilla, che quando ci si mette è veramente perfido, dice che quelli di una volta probabilmente si ricordavano che “le teste vuote fan sempre del chiasso”, e che gridare le proprie ragioni rischia di ingenerare il dubbio sulla loro fondatezza. È un po’ quel che succede nei dibattiti televisivi quando due interlocutori si sovrappongono l’un l’altro gridando , dimenticando che se il loro intento è quello di neutralizzare il pensiero altrui proponendo il proprio, i telespettatori dovrebbero prima poter capire le “esternazioni” dei due interlocutori in lizza. Il Brambilla dice che il termine “esternazione” è troppo ricercato per descrivere simili situazioni.

 

3. - Il benemerito giornalismo di inchiesta di quando in quando porta a scoprire soggetti "eccezionali" che ricoprono contemporaneamente una pluralità di incarichi.

Il Brambilla, che è un tipo un po' malizioso ma non privo di buon senso, dice che se un tizio è chiamato a ricoprire contemporaneamente 2,3,… 10 incarichi in altrettanti consigli di amministrazione, oltre  magari al suo normale lavoro professionale, o è un genio universale oppure si limita ad intervenire ai vari consigli quasi o del tutto sprovveduto delle notizie necessarie a sviluppare interventi suffragati dalla presa preventiva di visione ed analisi minuziosa dei vari documenti che sono alla base delle decisioni sulle quali è chiamato ad esprimere il proprio parere determinante. Il Brambilla però dimentica che a sostegno dell'uomo chiamato a decidere possono operare persone particolarmente capaci di organizzare la documentazione da consultare per prendere una decisione; al che il Brambilla, da testardo qual’ è, ribadisce che la documentazione si può anche organizzare in modo tale da "influenzare e pilotare indirettamente" la decisione. Senonché la malizia e l'ossessione  del Brambilla lo porta anche a dire che forse il "multipresente" potrebbe essere designato in quella pluralità di consigli proprio perché vi partecipi "documentato sull'essenziale da decidere": il problema è se  decide lui o lui per "altri", quelli cioè che hanno volutamente scelto un uomo così "versatile". Il Brambilla ha in proposito una teoria che i suoi amici lo sconsigliano di esternare, a scanso di guai. La verità è che il Brambilla vede troppi film gialli ed è portato ad annusare complotti da tutte le parti, affibbiandone la responsabilità ai politici in modo del tutto gratuito. Dovrebbe darsi una calmata e sperare più costruttivamente nel "rinnovamento" in corso.

 

4. - Durante una rilassante passeggiata ci siamo imbattuti in un simpatico terzetto: un'avvenente giovane mammina con un bel vestitino alla moda, un bimbo di circa quattro anni e una arzilla nonnina ricca di almeno 80 primavere. Mentre stavamo per incrociarci II bimbo, dopo aver scartato con visibile soddisfazione una caramella, gettò senza esitazione la carta per terra. La nonnina gli affibbiò un amichevole scappellotto sottolineandolo così "non si butta in terra la carta, raccoglila subito..." La mammina accennò ad una reazione ma la nonna la zittì con un perentorio "tuo figlio è bene che impari da piccolo la cultura della responsabilità, a cominciare dalle piccole cose"; pronunciò questa frase mentre ci incrociavamo... Il resto del discorso ci sfuggì perché i tre si allontanarono: fra essi il bimbo non sembrava aver gradito eccessivamente lo scappellotto, tanto che dopo aver raccolto da terra la carta si staccò dalla mano della nonna guardandola con scarsa "convinzione". La cultura della responsabilità, evocata dalla nonnina, rappresenta certamente la scoperta più importante che un cittadino possa fare, e se è delegato a regolare la civile convivenza la scoperta della responsabilità dei propri errori, delle proprie carenze, dei propri limiti e delle proprie capacità potrebbero diventare il più valido propellente per lo sviluppo di una attività solidale con amici ed avversari!, nel superamento di steccati ideologici più o meno pretestuosi in vista del raggiungimento del bene comune: una collaborazione che lasciando intatto il modo di pensare di ciascuno nel proporlo ad altri in rispettosa contrapposizione di idee cerchi, con onestà intellettuale, una sintesi produttiva di benefici sociali a favore di tutti i membri della comunità. Speriamo che la nonnina educatrice faccia del nipote, se mai per avventura questi dovesse entrare in politica, un uomo politico "responsabile", a differenza di quanti oggi, in tale ruolo, si distinguono per il loro grande impegno nel litigare rinfacciandosi le responsabilità per le cose che non vanno; dimenticando che non andavano già quando loro erano in grado di poterle far andare, e che comunque non è mai troppo tardi per cominciare ad impegnarsi in quella direzione. Anche perché gli emolumenti di cui sono beneficiari permettono loro di comprare molte caramelle, e quindi di esercitarsi, con grande disponibilità di tempo, a non gettare le carte per terra.

 

5. - I politici che citano spesso, a proposito e a sproposito, Papa Francesco, dovrebbero meditare attentamente le sue parole ammonitrici dirette a coloro che fanno del denaro lo scopo della loro vita,e del potere il mezzo per accumularne sempre di più. Ricorda Francesco che il sudario (quel lenzuolo col quale viene ricoperto il cadavere prima di chiudere la bara) non porta tasche nelle quali riporre almeno una piccola parte della ricchezza più o meno onestamente accumulata. Se a ciò aggiungiamo l'invito di Gesù ad accumulare ricchezze per il cielo attraverso il distacco dai beni materiali, e confrontiamo il tutto con gli avvenimenti che caratterizzano gli "spiacevoli" fatti romani e di altre amministrazioni, dovremmo regalare ad alcuni  politici un sudario con la scritta"pensaci". Anche se nutriamo qualche dubbio sull'efficacia dell'ammonimento; è più facile che il sudario venga ben ripiegato e riposto in un cassetto, magari accanto ad uno o più libri in cui si denuncia lo stato di "sofferenza" del popolo per colpa degli "altri".Non è escluso che a tali libri siano frammischiati libretti di assegni, da utilizzare per la "gestione"dei risparmi frutto di una carriera di "servizio". E può darsi infine che fra quei libri ci sia anche un diario del loro titolare in cui si lanciano grida di dolore perché il popolo "non comprende" la politica. Forse il “soggetto” interessato a questo dialogo così "irto di difficoltà" farebbe bene a chiedersi se per caso non sia proprio il politico quello che non capisce, visto che milioni di italiani giudicano l'uomo politico, nel migliore dei casi, come uno che è "distante" dalla realtà: tanto che viene  spontaneo  domandarsi se vale la pena o meno di dargli il proprio voto. Ma c'è anche chi dice che il politico non si preoccupa per quanti votano o non votano, purché quelli che votano, pochi o tanti che siano, costituiscano un numero sufficiente per farlo eleggere; anche perché il popolo ha bisogno di lui, specializzato come è nel fare il suo "bene". Chiaramente si tratta di opinione pubblica disinformata e prevenuta, e come tale difficilmente agganciabile con un dialogo costruttivo; pertanto occorrerebbe una ricetta che allo stato attuale dei fatti dovrebbe avere del miracoloso. Un amico buontempone ci diceva che la ricetta per cambiare un partito e riconciliarsi con i molti che non credono più nella politica è questa:recuperare la dimensione del silenzio imparando la difficile arte dell'ascolto, praticare un protagonismo di servizio, ricordarsi  del sudario quando si è tentati di fare "i furbi", evitare di parlar parole, riconoscere che i datori di lavoro del politico (cioè suoi "padroni") sono gli elettori che con i propri soldi gli offrono   la possibilità di applicare alla gestione della cosa pubblica il suo background culturale. Pronunciava questo termine con molta perplessità: probabilmente, per scarsa informazione... comunque, trattandosi di un buontempone, le sue esternazioni possono benissimo essere prese con le pinze. Nel maneggiare le pinze però bisognerebbe  stare attenti a non farsi male.

 

6. - Se in un partito politico vige il sistema per cui per essere eletti occorre la designazione del capo, evidentemente gli aspiranti agli scranni del potere non hanno bisogno né di interpellare la base né tantomeno di andare ad ascoltare nelle periferie delle città gli elettori. Se per caso nel partito avvengono dei sommovimenti interni che ne mettono a rischio la compattezza e soprattutto ne riducono l'ambito di influenza, con conseguente, probabile riduzione degli scranni disponibili, allora diventa sempre più urgente cercare un aggancio con quella base e quella "plebe" che sino ad allora erano state pressoché ignorate:  perché in caso di competizione elettorale questa è gente preziosa: gli uni perché devono "lavorare" per l'eligendo gli altri perché avendone conosciuto le  “virtù” lo devono eleggere. Ecco perché oggi alcuni politici avvertono la necessità di consultare la base e quanti abitano nelle periferie, per far loro capire quanto essi siano "pensosi" dei loro problemi, e quanto fermamente intenzionati a spendere ogni loro energia per risolverli…… nel futuro. Sembra che abbiano anche scoperto che per amministrare occorre conoscere ciò che si deve amministrare per cui certi "incontri" possono risultare di indubbia utilità offrendo una documentazione sulla situazione reale. Quindi andare a sentire, o a far finta di sentire, la cosiddetta periferia è diventato per alcuni reggitori dei pubblici destini il nuovo(?) sistema di fare politica , ed anche un modo di mettersi in vista presso il capo, il cui tocco divino designatore potrebbe tornare ancor più utile se il numero dei posti da designare si assottiglierà: egli non potrebbe fare a meno di tener conto di quelli che in tempi difficili si sono dati da fare per riconquistare il favore del popolo. Il solito malizioso Brambilla ha partecipato ad alcuni di questi incontri e dice che secondo lui è  emerso un lapsus freudiano(a volte il Brambilla ama parlar difficile a proposito ed a sproposito): chi è andato a “sentire” il popolo, abituato a considerare la politica come un palcoscenico sul quale recitare perennemente il ruolo del protagonista, non ha avvertito la necessità di sedersi per una volta in platea, come spettatore, lasciando che dietro il tavolo, in quel momento palcoscenico della politica, si avvicendassero coloro che era andato a consultare, magari sotto la guida di un coordinatore neutro. Il Brambilla, da mascalzoncello quale è, ha subito dichiarato che tale “svista” denunciava chiaramente  che l’iniziativa aveva soprattutto l’aria di voler dare un contentino alla plebe: per “tenersela buona” in vista di prossime consultazioni amministrative. 

 

7. - La sensibilità di un uomo politico ai problemi sociali è dimostrata non tanto dalle elucubrazioni moraleggianti quanto piuttosto dall'impegno concreto con assunzione di responsabilità personale.

Di fronte ad un fenomeno di grande rilevanza sociale quale il moltiplicarsi dei "consumatori dell'occulto", desta particolare interesse l'iniziativa assunta, tempo fa, dal politico cristiano Giovanni Esposito presidente dell'ANDACON - Associazione Nazionale Difesa Assistenza Consumatori, che (così recita il suo statuto) promuove, rappresenta e difende la persona nella sua qualità di consumatore e in ogni sua espressione e in particolare la sua qualificazione sociale, culturale, economica e professionale. Essa si propone inoltre di svolgere un'azione di sensibilizzazione e di cooperazione volta alla tutela dei diritti, delle aspettative e delle esigenze della persona al fine di garantire un'effettiva attuazione dell'uguaglianza. Essa ispira la sua azione ai valori universali di libertà, giustizia e solidarietà concretamente operando a difesa del primato della persona". Prendendo atto del fatto che la cronaca ci ha abituati da tempo a dover constatare come un numero sempre crescente di persone, ( le statistiche parlano di oltre 10 milioni di italiani abituali frequentatori di questo "mondo") dopo aver fatto ricorso ai "servizi" di cartomanti, maghi, guaritori, veggenti, astrologi si è ritratta da questo mondo dopo averci "lasciato le penne" sotto il profilo psicologico ed economico; Esposito si è proposto di sviluppare un'azione informativa ad ampio raggio sulle problematiche del paranormale, che egli afferma di aver personalmente conosciuto per averlo praticato come “protagonista”, ed essersene poi ritratto avendo constatato quanto di negativo esso porta con sé, soprattutto nei confronti delle persone emotivamente più labili e in particolare dei giovani, che la cronaca oggi ci segnala come assidui "frequentatori" del mondo dell'occulto. In particolare, afferma Esposito, ha avuto la forza di liberarsi dagli equivoci lacci e lacciuoli che caratterizzano la pseudocultura in tale ambito usuale; dove giocano a volte interessi che nulla hanno a che fare con la sbandierata volontà di aiutare il prossimo alla quale fanno riferimento alcuni operatori non seri. Egli ritiene pertanto che proprio per questo motivo quanti dicono di operare correttamente in tale settore siano i primi ad avere tutto l’interesse perché venga divulgata una conoscenza “seria ed approfondita” dei problemi, onde evitare che l’opinione pubblica faccia di ogni erba un fascio. Forte di tale convinzione Esposito, tramite l’ANDACON, ha promosso e dichiara di voler  ulteriormente promuovere una seria campagna di informazione, rivolta soprattutto ai giovani. Ma come cristiano impegnato in politica da tempo va pure  sollecitando da parte di chi la pratica una assunzione di responsabilità che li porti a prendere in considerazione anche gli aspetti giuridici del problema, dato che la normativa vigente è,a suo avviso, del tutto inadeguata. Conveniamo con Esposito nel ritenere che un partito politico che si propone di rinnovare la società debba essere molto attento a cogliere i problemi che la caratterizzano, avendo la prontezza di leggerli nel giusto modo, preparando tempestivamente gli strumenti che possono efficacemente contribuire alla loro soluzione; tanto più quando tali problemi interessano diversi strati sociali, con particolare riferimento al mondo giovanile. Non ci resta che auspicare pertanto che l’impegno del politico cristiano Giovanni Esposito trovi i giusti consensi  che lo sostengano nel promuovere informazione scientificamente attendibile, utilizzando mezzi informativi adeguati, offrendo elementi interpretativi basati su solide argomentazioni, in linea con la fede e la scienza. Per quel che lo riguarda Il nostro amico Brambilla, ispirandosi alla sua tagliente cultura popolare, dice che l’Esposito è una “mosca bianca” in politica; un tipo che vale comunque la pena di tener d’occhio proprio per la scarsa audience che suscita nei suoi colleghi impegnati a “difendere” il popolo; quella gente della periferia che lui assiduamente frequenta ed ascolta come consigliere di zona: il Brambilla dice che gli piace questo modo di fare politica promuovendo la cultura.

 

8.- La segnalazione della posizione del politico cristiano Giovanni Esposito ha suscitato vivo interesse nel nostro amico Luigi , militante di sinistra altrettanto pensoso dei problemi che il nostro paese sta attraversando per effetto della crisi di credibilità dei partiti, a causa della loro rissosità,  per la mancanza di incisività della loro azione sui problemi reali della società italiana alla quale offrono un deprimente spettacolo di opacità morale, anche per i non pochi casi di rilevanza penale negativa che coinvolge parecchi  loro uomini impegnati nell’amministrazione della cosa pubblica. In apertura del  sito di Giovanni Esposito (-Leonardo Montoli -  3 crisi di immagine e di consenso …)  si legge“Come uomo politico cristiano  che si interroga sulla dinamica del reale,ringraziando l’Autore  per averlo reso disponibile, mi propongo di assumere il suo  studio( 3 crisi di immagine e di consenso…) come quadro di riferimento per aprire un dibattito con tutti coloro che hanno a cuore le sorti del nostro Paese: ripensare l’Italia filtrandone i problemi attraverso il pensiero critico credo che aiuti a meglio comprendere ed interpretare il ruolo di “servizio”ed i valori che esso suppone: un ruolo che accomuna tutti coloro che operano nei tre settori in crisi  che sono oggetto di tale studio” Questa frase ha particolarmente colpito il  nostro amico Luigi ,  che ha anche molto apprezzato l’invito di Esposito a riflettere insieme dialogando per costruire;a conferma del fatto. che non esistono steccati  ideologici sui valori fondanti della democrazia l’apprezzamento di Luigi   si estende anche alle altre affermazioni di Esposito quando egli dice:

 

  • Forse abbiamo una visione troppo angusta e limitata dei problemi , manchiamo di approfondimento ma soprattutto come uomini politici, come cultori del sacro, come pubblici amministratori, forse viviamo troppo lontani dalla realtà

  • Mi sono chiesto più volte, e mi chiedo tuttora, se non sarebbe utile all’interno dei partiti avviare e nutrire continuamente un dialogo più intenso fra chi vive sulla frontiera del contatto quotidiano con i problemi vitali dei cittadini e chi dai vertici istituzionali ne discute a volte, più o meno responsabilmente, con atteggiamento troppo “distante”.

  • Ma soprattutto mi chiedo da tempo se non si dovrebbe organizzare meglio, più diffusamente e continuativamente, l’ascolto della gente, creando dei luoghi di incontro, dei gruppi di discussione periodica di approfondimento delle situazioni che caratterizzano la realtà in cui la politica è chiamata a proporre e realizzare soluzioni rispondenti alle necessità degli elettori

  • Io credo che tutto ciò affondi le radici non solo nel nostro grado di preparazione, ma anche nel metodo utilizzato per affrontare i problemi e non ultimo nel modo di stare all’interno dell’organizzazione cui si appartiene: ma anche la filosofia di vita che ispira l’organizzazione e il suo modo di rapportarsi a quanti la rappresentano non è certamente privo di conseguenze.

 

Di fronte a questi richiami morali Luigi  ricorda la famosa intervista di Enrico Berlinguer(segretario di un partito che per sua natura è nato e sempre vissuto, e tuttora vive, in mezzo alla gente) rilasciata a Eugenio  Scalfari il 28 luglio 1981,citandone  stralci significativi di grande attualità:

 

“……. i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia……..

……. I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss………………….………………..La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano……. “

 

Lo stesso convincimento che ha caratterizzato l’attività politica di Alcide De Gasperi, uno dei maggiori artefici della ricostruzione del dopo guerra; celebrandone la memoria in occasione del Convegno di Trento il 19 agosto 2015,  il Segretario Generale della CEI ,Mons.Nunzio Galantino, afferma :

 

“Si può discutere se la ricostruzione sia stata il compimento del risorgimento, ma non si può negare che ha costituito il passaggio storico in cui le donne e gli uomini italiani, popolo e chiesa, hanno dimostrato una straordinaria capacità di resilienza, una autentica conversione alla forma democratica, a dimostrazione che la democrazia richiede sempre anche virtù eroiche perché non è mai un regime di comodo.

 

Durante la seconda guerra mondiale, la chiesa, soprattutto il basso clero, ebbe la forza di schierarsi dalla parte del popolo e riuscì a non pagare prezzi troppo alti alla sua compromissione con il regime fascista. In cambio di questa benevolenza popolare (una fiducia antica che come chiesa dobbiamo sempre nuovamente meritare) ha potuto chiamare alla politica un’intera generazione di giovani, la generazione di Moro e di Fanfani, e tenere unito il mondo cattolico. Ma questa nuova leva di deputati e senatori e quest’unità politica che abbracciava sindacati, associazionismo, organizzazioni religiose, e che qualcuno nella chiesa pensava di poter manovrare a piacimento, non avrebbero avuto il loro successo se non avessero incontrato un capo come De Gasperi, uomo dell’ottocento, certo, ma un maestro, esigente, lungimirante, libero. Nel 1954 il ventre della Dc e i giovani leoni, impazienti, vollero scrollarsi di dosso l’ingombrante leader: credettero di poter fare meglio e in alcuni casi, forse, vi riuscirono, ma con la fine politica di De Gasperi si chiuse davvero un’epoca che ritorna attuale oggi. Il mondo è cambiato, nulla sembra uguale a prima, e la memoria di maestri come De Gasperi diventa ancora più attuale. Noi siamo in pieno nel passaggio verso una nuova intelligenza civile: il mondo è cambiato, nulla sembra uguale a prima, e la memoria di maestri come De Gasperi diventa ancora più attuale. Egli non volle mai essere seguace di dottrine sterili o antiliberali ed ebbe sempre la preoccupazione che i cattolici non apparissero coloro che operavano per la conservazione di una struttura sociale e statale non voluta, solo ereditata, e in molte parti ormai marcia. “ È bene ricordare che il suo maestro Luigi Sturzo già nel 1946 giudicava e condannava molto severamente lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico: un appello deciso ed accorato ma purtroppo inascoltato, che lo portò in rotta di collisione con alcuni maggiorenti politici del suo tempo. L’amico Luigi  evoca a sua volta un altro stralcio della famosa intervista di Berlinguer che suona precisamente così:

 

"Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n’era ricambiato……”

 

Si può dunque dire che i maestri e i punti di riferimento non mancano nel tessuto politico (quelli citati non esauriscono certamente la schiera di “galantuomini” che hanno costellato la storia politica italiana e di quelli che sono tuttora presenti in essa); si tratta di rivisitarne il pensiero e la condotta traendone le debite conseguenze operative, liberandosi della zavorra che fa della politica un peso anziché un volano dello sviluppo sociale. E forse non sarebbe male che tale rivisitazione prendesse le mosse dal basso chiamando a raccolta in un ripensamento comune quanti, al di là dello schieramento politico, si riconoscono nella necessità di partecipare, ciascuno nel proprio ambito e senza rinunciare alle idee che gli sono proprie, alla ricostruzione morale di una società il cui avvenire viene guardato con paura dei giovani e da chiunque non si accontenti di vivere alla giornata, delegando agli “altri” il compito di far andar meglio le cose. Dimenticando che per gli altri gli altri sono loro. Per finire con una nota di colore diciamo che il Brambilla, col suo solito metodo spicciativo di risolvere i problemi, parlando di quelli che si distinguono oggi per il latrocinio sentenzia “se uno è un ladro e non rispetta la legge lo è indipendentemente dal vestito che porta, dal ruolo che ricopre, dello scranno su cui siede, del partito al quale appartiene, al ceto sociale di cui è membro: è un ladro e basta, quindi è uno che merita la galera. Anche se qui bisogna però dire che se uno che ruba è un poveraccio non è che diventi virtuoso solo perché tale, ruba sempre, però è più degno di comprensione di quel farabutto che non ha bisogno di rubare perché già guadagna un mucchio di soldi e gode di posizioni privilegiate,che utilizza per “servirsi”anziché per servire, come sarebbe suo dovere………...… A questo punto le esternazioni del Brambilla diventano  decisamente un vero e proprio  florilegio del turpiloquio esternando come un torrente in piena una serie di contumelie che interpretano certamente quel sentire profondo della gente comune, la quale tuttavia cerca di sforzarsi di non dirle “perché non sta bene farlo”. Quando parte in questa direzione  serve poco o nulla ricordargli che da buon cristiano qual è dovrebbe essere meno “inesorabile”.Ma il Brambilla è un po’ l’anima del popolo e si sa, in democrazia il popolo è sovrano:non si può tappargli la bocca.

 

9. - Chi guarda la realtà con occhio attento e disincantato si accorge che un largo tessuto di buon senso accomuna la base dei vari partiti i cui componenti collimano su certi problemi di interesse comune molto più di quanto sia dato immaginare. Sono i vertici che hanno interesse a marcare le distanze e le contrapposizioni : non tanto  per  una differenza sostanziale di idee quanto piuttosto per proteggere  interessi di parte che celano giochi di potere. Così dice il Brambilla  uomo della base sana del suo partito che ha per  amici molti uomini sani della base di tutti i partiti. Secondo lui la base, a qualunque compagine politica appartenga, è ricca di buon senso salvo qualche fanatico  che si distingue per la rumorosità degli applausi durante le  assemblee, per l’animosità teatrale nei dibattiti con gli avversari politici, e col falso protagonismo perseguito nel ripetere pedissequamente le cose che già tutti conoscono presentandole come una novità assoluta, alla quale stentano a credere anche chi li ascolta per la prima volta osservando il loro scomposto agitarsi. Il Brambilla sostiene che nella tragica e confusa situazione attuale  le basi  avvertono la necessità di incontrarsi e ragionare, mettendo onestamente a confronto tutti i punti di vista ed impegnando chi nel loro  ambito disserta dei  massimi sistemi a far qualcosa insieme agli “altri” per il bene della nazione. “È una tesi”, afferma , “condivisa anche dai  giovani  del mio  paese che vanno in città a studiare; quei giovani che da noi hanno conservato la buona abitudine di rispettare i vecchi e di dialogare con essi. Uno di loro con il quale parlo spesso volentieri  ed è uno dei più brillanti del suo corso universitario, è solito dire che ha imparato di più dai discorsi fatti in dialetto con suo nonno su fatti e problemi di attualità che dalle molte “concioni” dei maggiorenti di partito quando vengono ad onorare della loro presenza i “villici”. In proposito le cronache del paese ricordano un gustoso episodio da osteria. Nel pomeriggio di un giorno  di  primavera un po’ pazzerella mentre un gruppo di amici di diversa estrazione politica stava serenamente dibattendo dei fatti del giorno,  capitò improvvisamente un maggiorente romano di una delle due parti e si fermò perplesso ad ammirare lo strano insieme dei soggetti impegnati nella conversazione, così amichevolmente schierati su versanti diversi ma insolitamente (almeno per lui) cordiali nel loro pur vivace dibattito. Quando quelli “dell’altra parte” si accorsero della sua presenza  premurosamente si alzarono facendogli  posto, congedandosi  quindi dagli amici della “controparte” (compreso  il Brambilla e suo padre) col dire  loro “ basta per adesso, ora ce ne andiamo perché voi avrete certamente da discutere delle vostre cose, comunque con il discorso che avevamo cominciato è bene che lo continuiamo perché è molto interessante”. A quanti cercarono, per rispetto, di convincerlo a trasferirsi in una sede più degna “l’inviato” si oppose dicendo che l’osteria andava benissimo e volendo marcare la sua democratica uguaglianza cominciò col togliersi ostentatamente la giacca; rimasto in maniche di camicia dette sfogo al suo eloquio. Senonché l’arietta fresca del luogo cui non era abituato cominciò col fargli sentire qualche brividino concedendogli l’ebbrezza di ripetuti democratici starnuti, inframmezzati a frasi dialettali sciorinate qua e là lungo il suo dire nell’evidente intento di stabilire un più caldo approccio con i suoi interlocutori, alcuni dei quali mostravano tuttavia di preferire l’approccio  col bicchiere che tenevano davanti durante l’ascolto . Allora il padre del Brambilla -  che non smette mai la sua casacca perché deve mantenersi in buona salute in vista del quotidiano “dialogo” che scambia con la sua terra a suon di zappate ed altri simili cose - si rivolse con un sorrisino all’oratore dicendogli “ti conviene rimetterti la giacca perché fa un po’ frescolino al quale non sei  abituato come noi; poi se ti prendi un potente raffreddore durante i tuoi interventi alla camera ti può succedere di “non essere capito” per la voce alterata”. Al che il portatore del verbo che si respira in alto loco facendo buon viso a cattiva sorte con ostentata nonchalance si rimise  la giacchetta del suo completino da salotto buono e proseguì brevemente il suo discorso, che concluse con un finale ad effetto accennando “accoratamente”   alla situazione un po’ ingarbugliata del partito, assicurando comunque che  “medici” molto competenti stavano cercando di sanarla perché una  spaccatura sarebbe stata “esiziale”. I maligni dicono che la frettolosa conclusione fu la causa principale del rumoroso applauso e dei calorosi “torni presto” che lo accompagnò mentre guadagnava con dignità l’uscita. Quando se ne fu andato il gruppo cominciò a chiedersi che cosa voleva dire “esiziale”. Brambilla sentenziò che forse era un nuovo modo per salare la politica romana, ma che comunque valeva la pena di continuare il dialogo interrotto con il gruppo di amici dell’altra sponda perché, crisi o no del partito, con quelli si ragionava sulle cose concrete e concluse che secondo lui se il gruppo di amici avesse avuto in mano il potere avrebbe risolto i problemi dell’Italia in modo più veloce e concreto. Un amico del Brambilla, di quelli tagliati con l’accetta, volendo riassumere nel gergo locale il messaggio del divino appena partito disse che lui di quello che aveva detto non aveva capito un …al che gli altri annuirono silenziosamente. Da parte sua il Brambilla autorevolmente sentenziò che bisognava aspettare perché con molta probabilità  le cose si sarebbero sistemate e alla prossima visita l’inviato avrebbe portato buone notizie; “ sperando che si spieghi meglio” non potè fare a meno di aggiungere. Al bordo  del tavolo la vecchia signora Giuseppina che era un po’ la pasionaria del paese sentenziò “peccato che Roma sia lontana…” Una vecchietta sprint che si capiva che aveva fatto le sue battaglie e non solo politiche. Le malelingue non escludevano infatti che le avesse combattute anche con incontri ravvicinati per meglio sviscerare le divergenze che via via affioravano nella dinamica del partito.

 

10 . - Abbiamo avuto occasione di incontrare quel politico cristiano Giovanni Esposito al quale a suo tempo abbiamo concesso di pubblicare nel suo sito il nostro ultimo libro “3 crisi di immagine e di consenso: partiti politici, Chiesa cattolica, pubblica amministrazione sfiduciati dalla pubblica opinione. Come risalire la china?” Tale politico si era dichiarato in sintonia con le tesi esposte nel libro, tanto da volerlo assumere come quadro di riferimento per una serie di incontri culturali.A distanza di qualche mese ci siamo sentiti pertanto autorizzati, con riferimento a tali premesse, a chiedergli -anche alla luce dei recenti avvenimenti giudiziari che hanno caratterizzato una specie di triste festival dei partiti - di volerci sintetizzare la sua posizione  a tale riguardo, specificando il significato della aggettivazione di politico-cristiano che si era attribuito . Ci ha risposto che il problema della credibilità dei partiti politici e della Chiesa cattolica può trovare la sua soluzione nel recupero di quello spirito che ha animato le rispettive “costituzioni”: per quanto riguarda i partiti quella della Repubblica italiana e per quanto riguarda la Chiesa quella del Vangelo, che in un certo senso può considerarsi la sua carta costituzionale. Non male come risposta indiretta che sa di indicazione operativa! A questo punto sarebbe interessante sapere quanti nei  partiti politici e nella Chiesa cattolica condividono tale affermazione, che  sembra suonare come un “manifesto del rinnovamento”, da più parti auspicato. Forse varrebbe la pena di farne oggetto di serrati dibattiti in sostituzione delle ricorrenti risse mediatiche dove spesso fa capolino, insieme all’analfabetismo del savoir-faire, la cultura  terra a terra di improbabili “attori” di sceneggiate che vorrebbero essere interessanti, la cui definizione sotto il profilo artistico invoca tuttavia l’utilizzo di termini pari alla volgarità che distingue certi interventi dei “protagonisti”.  

 

11 .- Il Brambilla dice che “  alcuni  politici italiani sono pessimisti quando parlano dell’Italia   perché si guardano troppo spesso allo specchio. Se la smettessero di guardare se stessi per concentrare la propria attenzione sugli uomini e le donne di questo Paese, sulle sue meraviglie culturali, artistiche, naturali, sull’intelligenza e l’onestà della stragrande maggioranza dei cittadini italiani vedrebbero l’immagine di un’Italia non deturpata da indesiderabili presenze riflesse nello specchio. Per cambiare l’immagine riflessa i partiti dovrebbero istituire al loro interno una “squadra maquillage” che passi in rassegna l’ immagine di ogni loro rappresentante, intervenendo con i necessari “cosmetici” per renderla più accettabile , salvo i casi in cui sia più consigliabile inserirla nel cestino dei rifiuti”. Così dice il Brambilla  la cui  piccola impresa, fra i tanti lavori che fa annovera  anche quello di ripristinare le cancellate in ferro erose dal tempo e ridipingerle dopo aver “grattata via” la ruggine. Rimane tuttavia un problema da non sottovalutare: una volta tolta di mezzo la ruggine  bisogna trovare un’antiruggine  che dia garanzia di buona durata; chi se ne intende dice che il mercato è ricco di proposte ma anche di insidie e di buggerature. Quindi bisogna stare attenti a trovare l’antiruggine giusta perché altrimenti si rischia di fare l’errore del medico che per curare la lebbra si limita a coprire le ferite con i cerotti. 

 

12. - I partiti si chiedono angosciati perché la gente non vota più. Se esercitassero un minimo di autocritica capirebbero che il comportamento dei loro esponenti spesso non è dei più accattivanti; basti pensare alle ricorrenti risse televisive, al costante ricorso all’invettiva nei confronti dell’avversario, al malvezzo di volerlo neutralizzare sovrapponendosi all’esposizione delle sue ragioni  interrompendolo con ripetuti schiamazzi: più che a discorsi politici riguardanti problemi di vitale importanza  sociale sembra di essere in un’osteria assistendo alla disputa fra avvinazzati. Anche in un momento cruciale come quello che stiamo attraversando come nazione e come Occidente ciò che prevale sono gli interessi personali e di parte, lo sfruttamento a fini politici anche degli argomenti che meriterebbero un trattamento più rispettoso: si grida, ci si accusa a vicenda, anziché cercare ciò che unisce per far fronte comune  ai problemi comuni. Quale immagine vende all’opinione pubblica questa “tipologia” di  uomini politici, quale dialogo è possibile intessere con essi, quale affidamento concedere loro delegandoli a servire gli interessi della nazione, quando dimostrano di essere così pedissequamente ripiegati su se stessi, rinserrati nell’orticello delle ricorrenti frasi fatte, incuranti della necessità imprescindibile di rilanciare i valori fondanti  di una cultura che costituisce il tratto distintivo dell’Italia, la cui grandezza può essere riscoperta  solo spazzando via una politica che non sa pensare,  ignora la dinamica del consenso, si appiattisce sulle pretestuose “conversazioni” veicolate dai social network, ricchi di giudizi non motivati, di gratuiti insulti e di frettolose prese di posizione costituite da parole che spesso fanno solo rumore? A nostro sommesso avviso,come abbiamo già avuto modo di dire( vedi intervista recentemente rilasciata al noto giornale Milano Post) è solo dopo aver riscoperto il retroterra dei valori perduti che le sintesi informatiche acquistano una valenza culturale, giacché nessuna sintesi ha ragion d’essere se non può fare riferimento ad un’analisi il più possibile approfondita ed accurata. Fare politica vuol dire fare cultura; il che conferisce dignità alle correnti di partito se sono correnti di “idee” anziché battibecchi da ballatoio, ed un’immagine di autorevolezza all’uomo politico che in sede di dibattiti televisivi rifugge dallo starnazzare, nella convinzione che chi grida di più ha ragione, con ciò dimenticando che le teste vuote fan sempre del chiasso. Questo salutare ripensamento di cui ampiamente si tratta nello studio scaricabile da questo sito “3 crisi di immagine e di consenso. Partiti, Chiesa Cattolica, Pubblica Amministrazione sfiduciati dalla pubblica opinione. Come risalire la china ?” traccia il sentiero da percorrere per recuperare i presupposti del dialogo, quindi del consenso. Allora la gente potrà ricominciare a prendere in considerazione la possibilità di esprimere un voto di speranza:il politico cristiano Giovanni Esposito ne è talmente convinto che nel sottolinearne la validità ha da tempo proposto di utilizzarlo per “aprire un dibattito con tutti coloro che hanno a cuore le sorti del nostro paese”. Un visionario o un uomo che da anni combatte sulla frontiera dei Consigli di Zona a

contatto con la realtà viva della gente che sa distinguere le parole dai fatti, e il parlar parole dal parlar concetti?

 

 

13.- Quando un partito politico si appresta a giocare una nuova campagna elettorale dopo aver subito nel frattempo una sostanziosa defezione di voti può essere tentato di adottare come rimedio eccezionale il semplice cambiamento di alcuni uomini di vertice, magari cavalcando la moda del “più giovane-più intelligente-più efficiente” dimenticando che l’età e l’efficienza della mente non coincidono necessariamente con l’età anagrafica, come del resto la maturità di un individuo non dipende tanto dal numero delle esperienze fatte col passare degli anni quanto piuttosto dall’insegnamento che ha saputo trarre da ciascuna di esse. Il rinnovamento di tipo “tradizionale”, dopo aver esaurito le altrettanto tradizionali rissose riunioni per trovare il capro espiatorio del fallimento, si sostanzia della creazione di gruppi di innovatori ricchi di “idee nuove” ma spesso dimentichi della differenza che passa fra il poter pensare e il saper pensare. Se si attribuisce la defezione dei voti ad una carente organizzazione del lavoro da parte dei gestori della passata attività, volendo  operare con onestà intellettuale e realismo, occorre por mano ad una “autocritica costruttiva” dalla quale scaturiscano proposte operative coerenti; avendo anzitutto ben chiaro che una riunione per essere produttiva non può ridursi al semplice sedersi insieme di più persone intorno a un tavolo e parlare a ruota libera. Per essere produttiva e non dispersiva una riunione richiede una tecnica di impostazione, di conduzione, di valorizzazione dei contenuti della discussione e dei suoi risultati, la loro organizzazione concettuale, mettendone a disposizione il contenuto in forma documentaria.

A meno che per migliore organizzazione del lavoro del partito si intenda semplicemente fare tanti gazebo, distribuire molti volantini porta a porta, intervenire numerosi e chiassosi alle manifestazioni pubbliche, rintuzzare verbalmente con veemenza gli avversari politici addossando loro quante più responsabilità negative possibili; ma  soprattutto invitare la base ad  impegnarsi e  faticare di più “agitandosi senza pensare”, perché questa rimane una prerogativa del vertice.

Ma il miglioramento delle modalità realizzative del lavoro passa attraverso la riorganizzazione del “lavoro cerebrale” che ha dato vita all’organizzazione in atto, figlia di un certo modo di concepire il partito, il suo ruolo, la sua struttura , il suo modo di gestire i rapporti interni ed esterni,  il suo modo di gestire la documentazione sui suoi elettori potenziali e attuali, il suo modo di comunicare con essi, il grado di attenzione dedicata all’ascolto dei “sensori” del partito costituiti dalle persone che operano alla base, in particolare nei Consigli di Zona……

Il miglioramento del modo di “pensare”  è alla radice della migliore organizzazione del lavoro; e la base sa pensare col buon senso che si nutre della fatica di vivere a contatto con la realtà. Pertanto non  è escluso che proprio il mancato apporto massiccio del pensiero della base, fatto oggetto di ascolto approfondito e periodico nel contesto di un fruttuoso dialogo partecipativo, sia alla radice  di quelle carenze organizzative che per “lungimiranza” i nocchieri di nuova nomina dovrebbero sentire il bisogno di colmare attraverso una migliore organizzazione del lavoro che coinvolga più attivamente quel prezioso serbatoio  di energie costituito proprio dalla base.

 

L’organizzazione di un partito e il suo modo di “lavorare”  sono la proiezione della sua cultura; pertanto una migliore organizzazione non può che nascere dall’analisi critica della cultura che ha sinora connotato  la natura e la funzione del  partito; sotto il profilo storico si deve quindi  analizzare criticamente  il contenuto di tale cultura e la conseguente formula organizzativa ed operativa che ha prodotto: ciò alla luce dei risultati raggiunti sul piano elettorale quale frutto  del suo modo di colloquiare con la società. In parole povere il miglioramento organizzativo del lavoro passa attraverso il “ripensamento del partito”.

Ripensare il partito vuol dire chiarire a se stessi:

  • che cosa si intende per partito

  • qual è la funzione di un partito nella società moderna

  • che cosa chiede la gente ad un partito

  • che cosa può dare agli elettori un partito

  • come può soddisfare le esigenze dell’elettorato

  • di quale strumenti deve disporre per soddisfare tali esigenze

  • quale tipo di uomini deve selezionare per poter attuare con successo il proprio programma

  • come selezionare gli uomini

  • con quali criteri affidare loro gli incarichi dentro e fuori il partito

  • come tenerli informati

  • come controllarne l’attività

  • come favorire lo svolgimento della loro attività

  • come creare il patrimonio documentario del partito

  • come gestirlo ed a chi affidarne la gestione

  • come organizzare tecnicamente la documentazione

  • come regolare l’accesso ad essa

  • come formare le nuove leve

  • a chi affidare la gestione dell’informazione e della rappresentanza del partito presso l’opinione pubblica

  • ………………………………………………………………………………………………

  • ……………………………………………………………………………………………….

  • ……………………………………………………………………………………………..

Senza un’analisi di questo genere pensare ad una “migliore organizzazione del lavoro” vuol dire parlare di aria fritta.

All’insegna del motto “sapere quel che si vuole e perché lo si vuole” attingendo  a poche idee ma chiare, radicate nel buon senso, è necessario:

  • avere dei parametri di riferimento cioè una  scala di valori supportati dal pensiero critico

  • disporre di mezzi idonei per realizzare una politica coerente con tali valori

  • individuare le giuste “componenti” di tali parametri

  • approvate le componenti stabilire il ruolo da attribuire  a ciascuna di esse, nonché il profilo professionale di chi deve garantire l’efficacia e l’efficienza di tale ruolo

  • applicare al passato il parametro scelto per evidenziare quali manchevolezze presentava e quali sono state le conseguenze

  • stabilire la gradualità dei risultati da raggiungere lungo l’iter realizzativo dei parametri di riferimento, scelti nell’intento di modernizzare il partito “anche” attraverso una migliore organizzazione del lavoro

  • tracciare gli itinerari da percorrere per realizzare tale gradualità

  • lungo il cammino controllare periodicamente se si è sulla strada giusta e cosa fare eventualmente per correggere la rotta

  • ……………………………………………………………………………………………

  • ………………………………………………………………………………………….

  • ………………………………………………………………………………………..

 

In applicazione dei principi esposti i “nuovi nocchieri” dovrebbero pertanto provvedere , con la massima sollecitudine, ad organizzare un incontro di tutti i consiglieri di zona denominato “luci ed ombre delle esperienze vissute” invitando ciascun consigliere a portare in quella sede il contributo dell’esperienza maturata nello svolgimento del suo incarico: sarebbe  un primo “rivoluzionario” atto di democrazia applicata, dove i vertici da “altoparlanti” si trasformano in  “ricevitori”, nella consapevolezza di dover conoscere per poter coerentemente operare. In definitiva se si vuol cambiare rotta per raggiungere la zona dove la pesca dei voti può essere abbondante non si deve commettere  l’errore del medico che per curare la lebbra si limita ad applicare  nuovi cerotti sulle vecchie ferite.

Ci siamo permessi di dare qualche indicazione in proposito nello studio “3 crisi di immagine e di consenso. Partiti, Chiesa Cattolica, Pubblica Amministrazione sfiduciati dalla pubblica opinione. Come risalire la china?” (gratuitamente scaricabile da questo sito), che vorrebbe essere un umile contributo agli “innovatori” di turno. Con tutto il rispetto per quelli che sono finalmente riusciti a “salire in sella”, con l’augurio di non azzoppare  il cavallo forzandone  l’andatura senza adottare il giusto stile di equitazione.

 

14 .- C’è chi si dice preoccupato, seriamente preoccupato, tragicamente preoccupato per il fatto di dover purtroppo constatare che esiste una distanza siderale fra la complessità e la gravità dei problemi che investono il contesto internazionale e la statura  degli uomini che sono chiamati a risolverli. È  di tutta evidenza, infatti,  il prevalere della preoccupazione per i problemi nazionali e contingenti che animano le risse a livello europeo all’interno dei partner e fra i vari partner; manca lo sforzo e l’impegno nell’elaborazione di una comune prospettiva di soluzione ispirata ai valori che le varie componenti politiche e istituzionali vanno da tempo professando a parole ma negando  nei fatti, con la conseguenza di alimentare le risse verbali internazionali e nazionali: offrendo così uno spazio progressivamente sempre più ampio, sul piano ideologico e comportamentale, agli avversari della convivenza pacifica. Lo sforzo di elaborare una prospettiva comune che guardi al domani, proiettando le ipotesi di soluzione dell’oggi sul comune destino  del prossimo futuro richiede operatori politici all’altezza della situazione; infatti  di fronte a chi è convintamente deciso ad offrire la vita per gli “ideali” (anche se discutibili ma comunque ispiratori di comportamenti a loro modo coerenti )  in cui crede non si può opporre un efficace contrasto con politici da salotto esperti affabulatori, specializzati in sceneggiate rissose di ispirazione inguinale,adusi a peregrinare da un sede internazionale all’altra con dispendio di tempo,denaro ed energie che dovrebbero ben altrimenti essere impiegati. L’antidoto più efficace da applicare con sollecitudine, già in vista delle prossime elezioni amministrative italiane, è quello di selezionare persone che credono nella politica come servizio, e sono disposte ad affrontare con determinazione e competenza i problemi sul tappeto disponendo della necessaria capacità di analisi, a supporto della formulazione di proposte concrete, seriamente documentate e motivate, da sottoporre al preventivo controllo della comunità.

 

15 - Chi tra i politici, è stato abituato ad essere “paracadutato” dall’alto atterrando sul morbido terreno di folle  plaudenti, praticando  recinti umani olezzanti dei profumi della società bene, quando si trova a dover combattere da solo con una realtà per la politica da salotto  tutta da scoprire si trova in grossa difficoltà, perché deve improvvisamente passare dai divani imbottiti alle sedie sgangherate dei locali periferici, che quando va bene sono pervasi dal profumo di una povera minestra, o di una pastasciutta scarsa di condimento; dai salotti bene alla realtà delle strade maleodoranti della periferia dove si aggirano soggetti a prima vista non molto raccomandabili, privi di abiti gessati delle sartorie alla moda, ma che se ben sondati si rivelano a volte ricchi di umanità e di intelligenza propositiva del tutto impensabili per chi è abituato a guardare uomini e cose da duecento metri sopra il livello del mare, discettandone in auliche conferenze fra esperti. Per leggere questa realtà a prima vista sconcertante ha bisogno della mediazione della base politica abituata a battersi sulle frontiere della periferia, combattendo con i problemi della sicurezza di chi   non può uscire di sera perché ha paura di essere rapinato, con quelli delle buche piene di fango, con quelli delle case fatiscenti, con gli incontri-scontri tra poveri che magari di giorno vanno a cercare la carità in metropolitana e agli angoli delle strade dove passa la “buona società”, sperando in un gesto di compassione di fronte all’esibizione di un cartello con scritto “ho lame”

Che fare poi quando si imbattono nella vecchietta mal ridotta “regina” di un piccolo tugurio ricco di polverosi ricordi, e magari di foto di figli e parenti che si sono scordati del “proprio  tempo”, che pure avanza posando  sulle loro spalla una scheletrita, invisibile, mano leggera che un giorno (chissà quando?) darà anche a loro una gelida, ossuta, carezza? Se infine  l’estemporaneo “esploratore del reale” va a fare una capatina alla mensa dei poveri può anche scoprire, in fila con quelli che aspettano di mangiare, famiglie del ceto medio che arrivati  alla terza settimana del mese hanno le tasche vuote e i figli che malgrado tutto vogliono mangiare; oberate dell’affitto scaduto da tempo implacabilmente e minacciosamente richiesto, con reiterate pressioni formulate in perfetto burocratese dai severi tutori del  “regolamento”: cosa ne deduce nel suo programma “per migliorare la società” il politico senza paracadute?. E quando per strada gli capita di imbattersi in un barbone, magari giovane e belloccio,  “compresso” in un vestito troppo stretto prestato da qualche buon samaritano, che affonda le mani con voluttà nel cestino dei rifiuti e ricavandone un pezzo di pane o un non bene identificabile “avanzo” se lo mette avido alla bocca come se avesse trovato un tesoro, cosa fa? Gli  legge la Costituzione o uno dei pezzi più ben riuscito (magari da lui stesso formulato) del programma del partito dove si parla del “riscatto delle periferie?” Questi e molti altri sono i casi in cui il “non più paracadutato” spontaneamente interroga con lo sconcerto in faccia il suo accompagnatore, uomo di base del partito che gli fa da guida in un labirinto umano ove  perfino i preti stentano a parlare di anima di fronte alla stridore di un sottile, lacerante, pervasivo, impensabile, dolorante tessuto sociale.

Tutto questo, e molto altro ancora si potrebbe dire, per sottolineare l’importanza di interrogare quei “sensori sociali” che sono costituiti dagli uomini di base dei partiti, depositari di esperienze illuminanti per chi abbia il coraggio di ascoltarli con l’umiltà dell’intelligenza, anche se tardiva, lasciandosi lambire dall’acqua calda di una realtà sino a ieri in gran parte sconosciuta.E’ un bagno salutare.

 

16 .Gesù, che pure essendo Dio (per chi lo crede tale)  comunque era uomo, il capo di uomini, sentiva ogni tanto il bisogno di sottrarsi all’osanna dei discepoli e delle folle per restare solo e pregare, per  continuare in concentrazione il colloquio con quel Padre di cui diceva di essere venuto a fare la volontà: per valutare lo svolgimento della missione che andava attuando e trarne utili indicazioni dal dialogo interiore di cui quella solitudine era abitata. Un capo, se vuole essere veramente tale, deve rassegnarsi ad essere un uomo solo cercando in se stesso la forza, l’illuminazione e la gratificazione del guidare altri uomini in vista di determinati obiettivi da raggiungere insieme, ma di cui lui rimane comunque sempre il responsabile. È l’altra faccia del “potere”, il peso che lo accompagna e dal quale soltanto un capo maldestro può cercare inutilmente di sfuggire. Sulla ribalta della politica è facile incontrare capi che si illudono di poter vivere solo di osanna gridati da una moltitudine costituita da soggetti che urlano  la loro amicizia guardandosi intorno in cerca di ciò che possono arraffare finché il capo è sulla cresta dell’onda. Se il capo è un narcisista sugge avido il nettare che gli propinano i cortigiani e gode fino ad ubriacarsi di tutti i benefici che gli offre il suo ruolo, soprattutto se può contare sui proventi di un censo che lo collocano al vertice della piramide sociale. Ma quando la curva del successo comincia a declinare il capo comincia a dover fare i conti con la defezione, guarda caso, anzitutto degli amici che gridavano più forte degli altri la loro fedeltà nei momenti propizi. È il tempo in cui il capo deve fare i conti con la propria fragilità di uomo; allora è portato a rifugiarsi nel privato cercando in esso la normalità degli affetti; spesso  dimenticando che l’amore è come la morte: non si può comprare. Allora il capo che non sapeva star solo guardandosi allo specchio non vede neppure se stesso, perché come uomo è una nullità. Se è ricco avrà una bella bara, sontuosi necrologi, alcuni esaltatori postumi fra quelli che hanno beneficiato di più dei suoi favori; non pochi sommessi critici dei suoi errori, magari proprio da essi favoriti, e qualche storico- giornalista che scriverà un bel libro sfruttando l’atmosfera del ricordo fin tanto che è ancora calda. Nel migliore dei casi del capo rimarrà un bel monumento, opera di uno scultore di fama mondiale: ma dentro ci sarà pur sempre un capo veramente solo, avvolto in un sudario senza tasche in cui mettere almeno un soldino . La saggezza di un capo si misura dalla sua capacità di rifugiarsi di quando in quando  nella solitudine, specialmente nei momenti di maggior successo; in questa oasi di saggezza può esercitarsi a giudicare gli uomini che gli stanno intorno immaginandoli in  mutande per rivestirli poi di volta in volta dei panni che si meritano. Nell’oasi della solitudine però spira anche la benefica brezza dell’autocritica generata da una coscienza consapevole, alla  quale è bene prestare orecchio di quando in quando; altrimenti si corre il rischio  di imputare agli altri i propri errori, primo fra tutti il modo di giudicare gli altri nel bene e nel male, col risultato di costruirsi un mondo fittizio del tutto personale animato da paggi adoranti caricati a molla;un mondo destinato a crollare come un castello di carte quando il vento della “fortuna” comincia a soffiare in un’altra direzione.

 

17 . Nel periodo preelettorale uno dei temi di conversazione ricorrenti è quello del criterio di selezione del personale che i partiti si apprestano a proporre all’elettorato. È un tema al quale si dovrebbe annettere grande importanza da parte di coloro che sono chiamati a vagliare i requisiti dei candidati; oggi soprattutto di fronte ai casi che occupano quotidianamente la cronaca e che sembrerebbero dimostrare che a monte è stato esercitato un dubbio criterio di selezione, e comunque un inefficiente sistema di controllo continuativo sull’attività degli eletti. Selezionare i candidati vuol dire, in prospettiva, consegnare le chiavi del bene comune a persone che devono essere in grado di tutelarlo e conseguirlo nel migliore dei modi.L’esperienza insegna che l’immagine di un partito, e quindi il consenso che ne deriva, è soprattutto legato alla personalità ed alla capacità operativa sul campo dei suoi rappresentanti, la cui selezione pertanto deve rispondere a precisi criteri. Il comune buon senso insegna  che dovrebbe prevalere anzitutto  il merito laddove si tratta di scegliere  fra più soggetti operanti in un determinato settore dove l’opinione pubblica si nutre del giudizio sui suoi comportamenti; il che è tanto  più vero se si tratta di un Consiglio di Zona dove i comportamenti del soggetto possono essere direttamente vagliati dagli elettori con i quali egli condivide la quotidianità, costruendo così giorno per giorno la propria immagine sui fatti concreti di carattere politico di cui si rende protagonista. Un modo indiretto per vagliare la positività di tale comportamento sarà anche quello di verificare in quale misura esso gli conferisce la stima dei rappresentanti degli altri partiti operanti nel suo settore:per il contenuto dei suoi interventi e per la loro stretta pertinenza con i problemi della zona. Ancora una volta il buon senso insegna che sul fronte interno del partito la scelta non dovrebbe  prescindere neppure dalla valutazione della  capacità organizzativa del soggetto da scegliere, né dalla sua intelligenza nell’impostare e condurre  i dibattiti in sede istituzionale, soprattutto se opera dai banchi dell’opposizione. A tal fine la statura politica di un soggetto candidabile può essere rilevata attraverso  una indagine conoscitiva condotta in luogo che permetta di  accertare il grado di autorevolezza riconosciuto ad un  candidato ; e quanto ciò positivamente conferisce all’immagine del partito cui appartiene. A volte chi deve operare la scelta può erroneamente lasciarti tentare dal “nuovo” dimenticando che la politica non è un palcoscenico per esibizionismi estetici. Quello del merito guadagnato sul campo è un criterio che vale anche per le istituzioni a livello nazionale che per fortuna sono caratterizzate anche dalla presenza di non poche donne che uniscono alla bellezza l’intelligenza, l’assiduità e la capacità operativa: come tali “vendono” alla pubblica opinione una doppia immagine positiva: estetica e professionale. Ormai le liste dei candidati sono state presentate, non ci resta che attendere l’esito delle elezioni e seguire attentamente le modalità operative degli eletti per verificare sul campo se gli errori del passato hanno insegnato qualcosa a chi doveva scegliere gli strumenti per servire la comunità. 

 

18 - I nostri vecchi, quando volevano parlare di politica con gli amici che erano sulla stessa loro lunghezza d’onda, se ne andavano in quei luoghi di aggregazione che venivano chiamate sezioni. Lì tra un bicchiere e l’altro si discuteva dell’operato dei politici di vertice: qualche volta si concordava nell’encomiarne il comportamento, altre volte venivano formulate critiche anche feroci che qualche “amico” si premurava di far giungere, in sede romana, all’orecchio dell’interessato. Questi, intelligentemente, la prendeva in seria considerazione consapevole che la base del partito possiede la ricchezza del buon senso che deriva dal contatto con la realtà. Conseguentemente non mancava di capitare non appena possibile “per caso” proprio in quella sede dove era nata la critica per approfondirne il significato e trarne gli eventuali insegnamenti per la condotta futura. Allora vertice e base, nei partiti cosiddetti tradizionali, che affondavano profondamente le radici nella popolazione, costituivano un tutt’uno molto amalgamato e produttivo di rapporti umani e culturali. Quando è stato chiesto al Brambilla, uomo di vecchia generazione ma di lucido cervello, perché oggi non si dà più importanza ai  luoghi di aggregazione egli ha così risposto:

“perché  il rapporto umano è sottovalutato e adesso si tende a preferire il rapporto asettico di tipo virtuale veicolato dai mezzi informatici; questa almeno sembrerebbe essere la giustificazione ufficiale. La verità è però che al rapporto umano con la base si dà poca importanza da parte dei vertici, che sono per natura e posizione portati a considerarla un gregge dal quale tosare la lana dell’operosa preparazione preelettorale e del voto conseguente. Che cosa può offrire sul piano culturale il signor Rossi e con lui gli operosi  peones della periferia, se non l’intervento massiccio a manifestazioni di piazza, lo sbandieramento ossessivo nei raduni di rilevanza mediatica, nei convegni dove devono sfilare i maggiorenti “che sanno” ottenendo ovazioni televisivamente rilevanti? Questo è quello che tuttora si chiede amareggiata la base, ed anche quel nucleo di ricchezza di esperienza e di professionalità  rappresentato dai seniores, che pure detengono la cultura vera, cioè quella derivante dal contatto quotidiano con la realtà della gente che vota; il buon senso  insegna che il popolo non è fatto di click, e che il contatto umano porta con sé una ricchezza insostituibile, che non è certo frutto del marketing politico. Quest’ultimo infatti, a quanto pare, sembra non aver dato buoni frutti alla luce dei risultati delle ultime elezioni, almeno per alcuni partiti che ne facevano un feticcio. Io ritengo che forse  non è male ritornare a creare dei modesti luoghi di aggregazione dove riscoprire il piacere di stare insieme a bere una buona birra o un bicchiere di vino; e di attingere a quella materia grigia che distingue molti uomini sconosciuti ai piani alti.” Per la cronaca è bene precisare che il Brambilla non è un enologo nè un ubriacone; più semplicemente è uno che sa gustare il piacere della compagnia degli uomini che ragionano con i piedi per terra, e considera la politica il tessuto del vivere sociale dove giacciono inutilizzate potenzialità intellettuali  ed operative che se fatte oggetto di attento ascolto potrebbero “insegnare” ai vertici molte cose che “credono” di sapere, sul piano teorico ed operativo.