1.- L’uomo moderno ha bisogno di imparare nuovamente a ragionare con la propria testa senza lasciarsi incantare dai miti della scienza e della tecnologia, ritrovando se stesso nel turbinio di informazioni e di immagini che condizionano la sua quotidianità, costringendolo a rifugiarsi nel mondo virtuale di una vita artefatta, dove presume di essere al sicuro. Ma è una pura illusione perché dentro di sé porta comunque delle domande esistenziali che insistono alla porta della sua intelligenza e richiedono comunque una risposta non dilazionabile. La scienza, certamente, lo può aiutare a riprendere il contatto col reale riportandolo sull’antica pista battuta dagli esploratori del mistero dell’universo che è fuori di noi e di quello che ciascuno di noi  porta dentro di sé: due mondi apparentemente divisi ma segretamente uniti dall’ ancora ignorato rapporto fra materia e spirito. L’esercizio della ragione in queste due direzioni lo porta a formulare delle ipotesi interpretative delle leggi che presiedono alla dinamica delle componenti di tali universi, e della relazione che fra essi intercorre.. Alcune di tali ipotesi gli offrono l’occasione per tradurre in atto, passando dalla sperimentazione all’applicazione tecnologica, che però può essere per l’uomo o contro l’uomo.. Cercare ed applicare è l’esercizio della ragione umana; “come” cercare e “come” applicare secondo alcuni è l’esercizio dell’etica: se il fine giustifica i mezzi qualunque modo di cercare è lecito, se la liceità del cercare e dell’applicare quanto trovato è ancorata a norme etiche  la discriminante può essere vista come un ostacolo alla scienza. Se poi l’etica emana da un credo religioso e si pretende che la scienza tenga conto anche di Dio:questo “recinto”  può essere  valutato come una assurda, insostenibile gabbia: ma è così o lo è per chi ha interesse a far credere che lo sia? O più semplicemente il problema scienza- fede è male impostato?. 

Con le sue scoperte la scienza regala all’uomo momenti di stupore e lo induce a riflettere sulla propria infima statura di fronte alle meraviglie che sono fuori di lui, ed a chiedersi se esiste un creatore delle leggi che governano il mondo.

Quando la scienza scopre qualcosa dell’universo uomo e gli rivela impensate capacità più che lo stupore prevale l’orgoglio perché l’uomo è per natura portato ad attribuire a se stesso ciò che emerge dalla dinamica della sua natura: di fronte alle scoperte dell’universo che è fuori di lui si sente piccolo ma di fronte alle potenzialità che scopre in se stesso è portato ad attribuirsele in toto, divinizzando se stesso; con tutte le conseguenze del caso.. Allora ad imporsi è l’etica del più dotato, o di chi si ritiene tale; tale “etica” tende a regolare i rapporti umani e la tecnologia coglie nei risultati della ricerca scientifica l’opportunità per prevalere sull’altro più che quella di crescere armonicamente insieme. Alcuni pensano che la scienza a sé stante, autoreferenziale, non è espressione di libertà se i suoi risultati si prestano ad offendere o limitare la libertà altrui, ad opprimere, emarginare, soffocare la libera espressione e maturazione della persona umana come singolo e come membro di una società, se da strumento potenzialmente votato al miglioramento della vita si fa strumento di morte., Se sconvolge le leggi della natura per fini perversi, se fa dell’uomo lo strumento anziché il fine della ricerca: la scienza autoreferenziale non ha bisogno di Dio perché il suo Dio è l’uomo: legge a se stesso, arbitro del bene e del male.

 

2. - Parlare di “coscienza” non è certamente facile perché significa addentrarci nel mistero dell’uomo. Volendo tentare una definizione si può forse ragionare così: coscienza è una serie di “certezze” maturate attraverso il dinamismo del nostro vissuto che ha visto il convergere ed il reciproco influenzarsi di fattori legati al nostro patrimonio genetico, all’ambiente, alle esperienze che hanno caratterizzato la nostra vita: tali certezze sono diventate il metro per  giudicare uomini, cose e situazioni;e per agire di conseguenza. Può dunque  anche essere definita “cosa penso” di me, del mondo, degli altri; ovvero l’insieme delle convinzioni che mi sono andato formando attraverso le risposte che ho dato ai vari “perché” che via via si sono affacciati e si vanno affacciando alla ribalta della mia esistenza. Sono le reazioni alle domande di “senso” che affiorano lungo il percorso della vita alle quali ogni uomo può tentare di dare una risposta oppure ignorarle chiudendo gli occhi e passando oltre, abitando così la caligine fosca del vivere per vivere sino a morire senza sapere perché si è vissuti, avendo sistematicamente  rinunciato allo sforzo di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della Verità, che abita il regno del silenzio e della riflessione  - ben lontano dal regno  del moderno  chiasso quotidiano - dove si aprono le porte illuminate dal significato dei vari “perché”; compresa quella che si apre sulla risposta al “perché” non si deve rinunciare a chiedersi “i perché”. Fatti una coscienza “certa” e segui le tue certezze di coscienza: così potrebbe essere definito il comportamento dell’uomo retto. La consapevolezza è il tratto distintivo della “coscienza retta” il cui contenuto sono le convinzioni raggiunte attraverso il costante esercizio del “pensiero critico” che ci induce anzitutto ad interrogarci sul “come” e sul “perché”  abbiamo raggiunto le certezze alle quali ispiriamo il nostro comportamento. Se esso è basato sulla sincera ricerca della Verità l’autocritica e il dubbio costruttivo costituiscono l’alimento di una sana “ inquietudine”. Il che porta ad una “costante verifica” dell’iter attraverso il quale abbiamo raggiunto le “attuali certezze” nell’intento di accertare se per caso esso si è più o meno snodato lungo la facile strada delle scelte operate in base al criterio del ciò che mi piace perché “obbedisce all’emozione”, scartando la logica che caratterizza la “fatica di pensare” dalla quale possono a volte essere  suggerite scelte meno gratificanti ma più consone alla Verità: quindi le attuali certezze potrebbero essere legate alla “verità di comodo” accettata come porto sicuro del quieto vivere. In ultima analisi sembra di poter affermare  che il parlare di coscienza non può   essere disgiunto dal concetto di “onestà intellettuale”,baluardo della libertà di pensiero. Qui emerge la “responsabilità” delle nostre scelte, di cui siamo chiamati a rispondere di fronte al foro interno ed a quello esterno. Il foro interno che ci giudica in base all’impegno posto nel “superare” il desiderio di acquiescenza alla verità del momento caratterizzata dal richiamo alla omologazione; ed il foro esterno che ci offre come quadro di riferimento la “legge” vigente: adeguarsi ad essa   però può anche voler dire discostarsi dalla Verità. Pertanto, a volte, la discordanza tra certezze di coscienza ed esigenze della “legge” tutelata dal foro esterno può richiamarci alla “responsabilità” di scegliere tra ciò in cui crediamo e quello che siamo invitati a credere, con le relative conseguenze comportamentali. Si pone allora il problema di quanto siamo disposti a sacrificare sull’altare della “libertà di coscienza” realizzando  un comportamento coerente con le certezze raggiunte attraverso la fatica di pensare,  in omaggio alla  libertà di pensiero, che può indurre a navigare “controcorrente”. Si può concludere dicendo che finora si è parlato di coscienza morale?.

 

3 . - Il Brambilla dice che “gli scienziati si danno troppe arie e che gli conviene tenere tutte per sè le loro teorie, facendo  in modo che gli altri ne capiscano il meno possibile.” È chiaro che il Brambilla non parla da uomo acculturato ma da figlio di quel popolo un po’ carente in materia scientifica. È però altrettanto vero che ci sono scienziati, come per esempio Antonino Zichichi, che da tempo rimproverano alla scienza di avere una sola colpa: quella di aver fatto tanta scienza ma pochissima cultura. Noi ci permettiamo di aggiungere che però non basta far sapere ma  quello che più importa è “saper far sapere”: infatti è soprattutto importante comunicare in modo tale che il contenuto della comunicazione venga esposto in modo semplice e lineare così che il destinatario se ne possa giovare pienamente, assimilandola consapevolmente. Comunque il Brambilla dice  “perché quando l’Alberto mio nipote che studia all’università le scienze ed ha un magnifico libretto di voti quando mi parla di cose scientifiche riesce a farsi capire, come per esempio ultimamente quando mi ha spiegato il funzionamento del cervello; eppure il corpo umano e il cervello che spiega l’Alberto è lo stesso  che spiega lo scienziato; è sempre lo stesso di quello del professore. Questo qui non riesce a farsi capire oppure lo fa apposta? Ieri spiegandomi  come funziona il cervello  mi ha detto di immaginare un intricatissimo reticolo ferroviario percorso dai treni dell’informazione; ciascuno di essi è formato da vagoni cisterna pieni  di sostanze chimiche dette neurotrasmettitori; un treno che scorre su binari  che si formano per contatto elettrico fra tratte (neuroni) preesistenti che unendosi temporaneamente fra loro ( contatti sinaptici) formano il percorso  sul quale il treno dell’informazione si trova instradato: l’informazione che il treno porta in giro ci fa pensare, vivere ed agire. (Chiaramente l’interpretazione del Brambilla non può dirsi proprio accademica , anche se tuttavia sembra aver capito il concetto chiave). Quando gli ho chiesto come fa il contenuto dei vagoni cisterna a trasformarsi in pensiero, memoria, azione, amore, arte… eccetera, mi ha risposto che nessuno ancora lo sa, perché se è vero che la mente ha bisogno del cervello per ragionare è altrettanto vero che la mente non è il cervello: questo è materia, quella è… ?   come il lavoro dell’uno, diretto dall’altra, si trasformi in qualcosa di diverso (?) da entrambi nessuno è ancora in grado di dirlo, malgrado i progressi della scienza.” In proposito il Brambilla confessa che tale ignoranza lo conforta se pensa al “traffico ferroviario” del suo cervello quando la moglie gli fa certi ragionamenti che evocano in lui gli istinti sanguinari di Henri Landru; non si lascia peraltro sfuggire l’occasione per sottolineare sarcasticamente come non credesse tanto ignoranti gli scienziati presuntuosi, che in realtà  non sanno come fanno a sapere quel che sanno. La verità è che  alla base della forzata ignoranza si cela una duplice possibile visione dell’uomo: se questo è biologia mente e cervello ( e comportamento) sono prodotti biologici e come tali destinati a dissolversi e scomparire con la morte senza lasciare traccia ; se l’uomo non è solo materia ma anche spirito (qualcuno potrebbe parlare di anima) allora la provenienza della mente e ciò che essa produce (?) facendo lavorare il cervello costituisce un “quid” che non ha un’origine esclusivamente biologica, ne una destinazione necessariamente temporale: la barchetta della nostra ragione umana può passare così dal lago della ricerca scientifica al mare dell’ideologia, ed all’oceano della religione. Quando il Brambilla vuol darsi delle arie cita il libro “La galassia mente”- Baldini e Castoldi -  del premio Nobel Rita Levi Montalcini (forse uno dei pochi che ha letto in vita sua su invito del nipote) che in quarta di copertina porta questa frase seguita dalla firma della grande scienziata premio Nobel per gli studi sul cervello: "nella partita in atto nella scacchiera cerebrale l'uomo ha mosso abilmente i pezzi a sua disposizione per conseguire l'esito vittorioso. Tuttavia la partita ingaggiata è contro un formidabile avversario: il suo stesso Creatore. Le probabilità di successo sono nulle". Al di là di ogni considerazione rimane sempre attuale l’appello che lo scienziato Antonino Zichichi già lanciava nel lontano 1999 col suo libro “perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. Tra fede e scienza”- Il Saggiatore -:“è tempo che la Scienza entri a far parte del patrimonio culturale dell’uomo cosiddetto moderno. Affinché ciò avvenga è necessario che il Libro, aperto da Galileo Galilei 400 anni fa, sia accessibile a tutti. Spetta a noi scienziati, in prima persona, fare in modo che tutti sappiano leggerlo. Quel Libro ci fa capire che la Ragione e l’Amore sono le strutture portanti dell’Universo, dal cuore del protone ai confini del Cosmo. Non lasciamo più ad altri la libertà di parlare in nome della scienza e di stravolgere le sue conquiste e i suoi valori”. Sembra di leggere tra le righe che è ora di prendere le distanze da chi  crede di detenere  il monopolio della verità in  campo scientifico; così come in quello religioso, dove alcuni sembrano vantare  il monopolio delle linee dirette telefoniche con Dio.

 

4. - Quando la ragione umana, con la sua meravigliosa operosità, realizza qualche scoperta “svelando” un segreto del reale, anziché crogiolarsi nel proprio successo, sarebbe bene che si tuffasse nel silenzio chiedendo ad esso di svelarle la dinamica del suo stesso operare e del suo scoprire, cioè il mistero che fa di essa il tratto distintivo dell’uomo, la “macchina” che attraverso il rapporto mente-cervello elabora il pensiero, la riflessione, il controllo critico dell’esperienza, la sua trasposizione in ipotesi scientifica, peraltro mai definitiva perché di questo dubbio insaziabile si nutre la vera scienza. La cieca autoreferenzialità della scienza ed il suo autocompiacimento l’ha indotta negli ultimi anni a proporsi all’uomo quale definitiva soluzione di tutti i problemi della vita, come la portatrice della vera felicità, in quanto capace di tagliare ogni filo che lega l’uomo ai paradigmi di un’etica obsoleta, restituendogli assoluta “libertà” di pensiero e di azione. Una scienza radicata nello scientismo che la imprigiona nella ragnatela della sua “non etica”, dove ognuno è legge a se stesso, per cui l’individuo così “liberato” diventa prigioniero della sua stessa  “libertà”, perché la libertà “assoluta” di tutti finisce per annullare quella di ciascuno. Quando la scienza ha assunto il ruolo di nuova “divinità” ha promesso all’uomo la pienezza della gioia da gustare “nelle sterminate praterie della prosperità biologica, psicologica e sociale”, dove un nuovo umanesimo, frutto della disseminazione del progresso scientifico tradotto in tecnologia ovunque diffusa, avrebbe definitivamente annullato la miseria, conferendo all’uomo - seduto sul trono della scienza con in pugno lo scettro della ragione - la capacità di scoprire nuovi orizzonti, dopo averlo liberato “dall’oscurantismo” della spiritualità  e della fede. A chi guarda con occhio critico, e con onestà intellettuale, la situazione in cui viviamo e le miserie umane di cui è connotata non può fare a meno di chiedersi se la scienza, da sola, basta a spiegare il senso della vita ed a regolare la convivenza sociale promuovendo gli “inalienabili diritti” della persona umana, o se tale senso debba essere ricercato “oltre” ciò che conosciamo: se cioè la morte di Dio veicolata dalla moderna cultura della “libertà” non sia in realtà la morte dell’uomo. È forse per questo che moltissimi non credenti guardano con speranza a Papa Francesco? A quel suo proporre il volto “umano” di Cristo?

 

5 - Guai a sottovalutare la scienza e gli orizzonti che ci dischiude attraverso l’applicazione delle tecnologie che essa consente. “Ben lungi dall’annullare la spiritualità la scienza può invece propiziarla,”ci diceva un amico innamorato dell’universo stellato; e aggiungeva. “se vai su Internet ed esplori il sito della NASA trovi una vastissima gamma di foto dell’universo riprese dai telescopi spaziali . Di fronte all'immensità dei cieli ed alla fantasmagoria di astri che lo popolano già la nostra terra appare piccolissima, e noi in essa un pulviscolo animato. Ti ricordi  “L’infinito” di Giacomo Leopardi? Avrebbe avuto bisogno di un grande sforzo immaginativo per oltrepassare fisicamente quella siepe che sembrava volerlo separare dal cielo stellato. Per balzare oltre la siepe a noi basta un clic; ce lo offre la tecnologia, figlia della scienza, con quel clic  sfoglia per noi il grande libro dell’universo “fuori” di noi: un meraviglioso libro di meditazione, forse un vangelo per uomini onesti non credenti, specialmente se confrontato con quanto già la scienza ci ha svelato e ci va svelando del libro dell’uomo, un meraviglioso pulviscolo animato da un misterioso mondo interiore che, a ben ascoltare, sembra  percorso da  strane assonanze con l’armonia dell’universo “esteriore” di cui quel pulviscolo è ospite.” Ci stiamo chiedendo se il nostro amico non sia assorbito da tale assonanza nei lunghi silenzi che a volte caratterizzano il nostro stare insieme nel suo solitario appartamento . Comunque abbiamo scoperto una nuova funzione dei telescopi spaziali.