1.  - Volendo semplificare si può dire che per giustizia si può intendere quell’insieme di norme, di uomini, di strutture e di mezzi  che sono finalizzati a garantire l’armonica convivenza di una comunità.

 

Tale armonia è la risultante del riconoscimento teorico pratico del diritto di ogni componente a fruire di quanto serve allo sviluppo della sua persona, nel rispetto dell’uguale diritto di ogni altro membro della comunità col quale è chiamato a collaborare all’affermazione, allo sviluppo ed alla difesa dei valori che ispirano la convivenza civile, basata sul rispetto dell’esistenza di un patrimonio comune di diritti - doveri, che in una democrazia rappresentativa alcuni sono deputati a difendere operando nelle istituzioni. Poche leggi redatte in modo semplice e lineare, ispirate alla sostanziale differenza fra legislatori e legulei, i primi preoccupati di farsi capire da tutti, i secondi arroccati nel recinto di un linguaggio criptico autoreferenziale che richiede “necessariamente” di essere interpretato, e quindi inteso a giustificare l’esistenza degli  “interpreti”. Che la giustizia italiana sia in crisi è sotto gli occhi di tutti; ma per farsi un’idea di come tale crisi incida negativamente sull’immagine dell’Italia nel mondo (questo è l’aspetto concreto delle relazioni pubbliche) basta leggere quello che scrive il magistrato Piercamillo Davigo – Consigliere della Corte Suprema di Cassazione – nell’introduzione del suo libro “processo all’italiana”- editori Laterza - :

 “La crisi della giustizia italiana parte da lontano. Se si esaminano le relazioni presentate ad ogni inaugurazione dell’anno giudiziario negli ultimi quarant’anni, il Leitmotiv è sempre il medesimo. Ogni volta la stessa denuncia: le cose vanno male, peggio dell’anno precedente, senza apparenti segni di miglioramento. Non è un caso se ormai anche in quei documenti compare un accenno all’immagine negativa, che per tempi e costi, l’Italia riflette nel panorama mondiale della giustizia. È una brutta fotografia, quella che emerge dal rapporto annuale Doing Business della Banca Mondiale, dedicato alla classifica dei paesi dove conviene investire. Nel 2011, infatti, l’Italia risulta al 158°posto su 183, per durata dei procedimenti e, più in generale, per l’inefficienza della giustizia”.

In quarta di copertina Davigo scrive: “il processo italiano non solo è complicato, ma è anche schizofrenico. Il rimedio principale non sta tanto nella modifica di questa o quella norma, quanto nel tornare, noi, a essere un popolo serio”.

Il signor Brambilla  non ha fatto grandi studi ma da buon operaio è diventato piccolo  artigiano, non sa far sfoggio di termini inglesi e mastica un italiano di tipo”dialettale”.  è uomo ricco di pratica intelligenza e “sa stare al mondo”;uno di quelli che quando è necessario ti sa “mandare a….”: ebbene il Brambilla dice che quando un processo dura un sacco di anni vuol dire che quelli che fanno le regole sul modo di farlo non sanno fare il loro mestiere . oppure lo fanno apposta per vanificare l’effetto del processo stesso.

Dice che se un cancelliere deve nuotare fra quantitativi di pratiche cartacee dell’ammontare di quintali, quando un aggeggio moderno tascabile contiene un’enciclopedia, vuol dire che chi organizza la giustizia non sa o non vuole fare il necessario per renderla  efficiente.

E continua col dire che se un magistrato si trova a dover fare i conti con una macchina farraginosa e antidiluviana la colpa non è sua se la giustizia è lenta Il Brambilla dice anche  che il potere politico dovrebbe provvedere a  modificare le strutture delle  macchina giudiziaria, fare meno conferenze sui mali della giustizia e più interventi per renderla efficiente.

Il Brambilla è un uomo di buon senso che difficilmente scalerà la rampa del potere politico perché ha un’idea del giusto che fa arricciare il naso agli “specialisti” addetti ai lavori. Lui dice però che se andasse al potere farebbe una legge per stirare quei nasi.

Sono molti gli estimatori silenziosi del Brambilla per cui potrebbe anche farcela se si presentasse, ma per essere sicuro di farcela,dice qualcuno di essi, dovrebbe prima entrare nelle grazie di un capo partito, quello che sceglie i candidati. Dovrebbe cioè sottostare alla “giustizia” interna. 

 

2.- Uno dei temi ricorrenti è quello della violenza sulle donne.

 

Le elucubrazioni televisive ricche di buoni propositi e di espressioni di vibrante indignazione si susseguono a ritmo serrato da parte dei più svariati “importanti” diagnosti dei nostri mali sociali. Non mancano le acute dissertazioni criminologiche, le sottili interpretazioni psicologiche,gli accesi dibattiti sul da farsi che vedono protagonisti politici, “combattenti” di vario colore,  gareggiare nell’esprimere nobilissimi intenti. C’è chi dice che a volte le donne “se le vanno a cercare”con i loro comportamenti provocatori; può darsi che in alcuni casi sia così, ma ciò non cambia di una virgola il problema di fondo: come prevenire, reprimere, mettere in atto misure idonee a garantire la sicurezza e il rispetto della persona, con meno parole e più fatti. C’è chi suggerisce di creare il Partito delle donne all’insegna di pochi valori comuni condivisi, contando sulla forza numerica che tradotta in termini elettorali porterebbe la donna ad esprimere una forte rappresentanza politica, capace di determinare misure legislative immediate ed efficaci. Niente male come idea, ma sa troppo di buon senso e di semplicità: forse è meglio il semplicismo delle donne schierate su frontiere cromatiche diverse all’insegna delle varie ideologie, spesso gridate con voluti, graziosi, contorsionismi fisici e verbali. Ai funerali delle vittime di violenza viene così garantita una più “variopinta presenza di sentita partecipazione delle varie “componenti”politiche: questo il tagliente, impietoso giudizio di una vecchia signora di nostra conoscenza, una di quelle  cui la pensione da fame non ha ancora arrugginito il cervello. Beata lei, perché l’antiruggine scarseggia. Qualcuno potrebbe essere tentato di definirla la provocazione di una vecchietta stizzosa; tuttavia non dovrebbe essere sottovalutata dai “maschietti”, che forse non hanno ancora del tutto capito la latente potenza esplosiva dell’universo femminile, ricco di materia grigia e di professionalità, e pertanto sempre più determinato a farle valere nello squallore culturale della nauseabonda palude politica che ammorba l’atmosfera del più bel Paese del mondo.

 

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