1. - I grandi esclusi dalla dinamica sociale, agli occhi dell’opinione pubblica, appaiono i giovani: c’è chi dice che manca una nuova generazione politica, non perché non siano presentì delle eccellenti potenzialità nei vari partiti ma piuttosto perché la “nomenclatura” si è ben guardata dal coltivarle e dal metterle alla prova, evidentemente per la paura che un buon risultato potesse insidiare il proprio potere, cambiando le caratteristiche della leadership. Forti di tale diffuso convincimento i giovani, dal canto loro, tendono a proporsi come la soluzione di tutti i problemi: date a noi il potere e tutto cambierà. Questo, in sintesi, lo slogan largamente praticato, certamente suggerito da onesti intendimenti,  privi tuttavia, a nostro parere, del necessario senso di autocritica, che è il sale della saggezza, che non conosce età. Viene infatti confusa, da chi tiene questa posizione, l’età anagrafica con l’età della mente, la cultura con la cultura del nuovo “tout court”, l’impegno ragionato con l’entusiasmo emozionale (certamente sincero); dall’altra parte della barricata c’è chi afferma, in modo non meno pretestuoso, che quello che conta è l’esperienza, dimenticando che non è tanto il numero delle esperienze che un essere umano fa a renderlo saggio, ma piuttosto l’insegnamento che sa trarre da ciascuna delle esperienze fatte. Tutto sommato si tratta di due “fragilità”; tuttavia la fragilità è propria della condizione umana,ma il prendere consapevolezza dei suoi effetti può diventare trampolino di lancio per una trasformazione positiva del proprio comportamento, a tutto vantaggio degli “ideali” che si vogliono difendere.

 

2 – A guardare quello che succede non sembra del tutto azzardata la tesi di chi sostiene che oggi il male celebra i suoi trionfi e con esso il cosiddetto “paranormale” considerando il fatto che la sirena dell’occulto incanta milioni di persone – e purtroppo molti giovani - in cerca di un “sollievo esistenziale” nel turbinio di una vita spesso segnata dalla fretta e dalla superficialità.   Tentare di scoprire se esiste un rapporto fra male e paranormale , di quale natura esso sia, quale dinamica lo caratterizza, quali implicazioni di natura psicofisica esso comporti; di conseguenza se e come si possano eventualmente configurare, in certi casi, sindromi di natura patologica: tutto ciò vuol dire imbarcarsi in un lungo itinerario non privo di difficoltà. Per i giovani, che riflettono molto di più di quanto gli adulti credono, vuol dire  anzitutto  chiedersi se esiste un lato oscuro presente in tutti gli esseri umani, buoni e  cattivi, se ha senso parlare di "demoni interiori" che portano i buoni a fantasticare le cose che i cattivi fanno davvero;  se i cattivi sono quelli che accettano l'invito di demoni esteriori che "parlano" loro da mondi misteriosi, magari passando proprio sul ponte della cosiddetta paranormalità. Considerare con attenzione la dinamica male-paranormale quando coinvolge i giovani; prospettando, se possibile, un itinerario in cui ragionare sul paranormale in modo tale da ricondurre al riconoscimento della dimensione spirituale dell'uomo, lasciando così intravedere l'orizzonte di una religiosità seria e consapevole: è un terreno ricco di problematiche di non facile soluzione. Quando il male si profila sullo sfondo di avvenimenti a prima vista inspiegabili, quali alcuni fenomeni paranormali che richiamano l'occulto, si può essere tentati di  leggere tali fenomeni come impregnati dal Male stesso, se non addirittura come sua emanazione diretta. Ipotesi insufficientemente motivate, illusioni, pregiudizi, ignoranza, unitamente all'influsso di pseudoculture, di religioni mal vissute, di pressioni di gruppo, di condizionamenti biologici, di dinamiche interiori al limite della patologia; possono portare il soggetto a vivere uno stato confusionale tale da impedirgli di individuare, con sufficiente chiarezza, la natura stessa del problema ed i suoi tratti fondamentali: il che è come dire guardare nel  buio con gli occhi sbarrati. Quando il paranormale, già di per sé di non facile comprensione, si intreccia col problema del male forma un mix esplosivo, che solo una forte capacità di pensiero critico può disinnescare. Ma c’è un ruolo  di fondamentale importanza che non può essere dimenticato: quello dell’educatore. I cattivi maestri non sono soltanto quelli che ti insegnano il male, ma anche quelli che non ti insegnano come individuarlo, come giudicarlo, e come contrastarlo. La ricerca di punti di riferimento è propria dei giovani; la difficoltà di reperire fonti attendibili e ciò che affligge i giovani d'oggi, unitamente alla incapacità di soffrire, quindi di crescere come esseri umani: anche perché gli adulti offrono loro modelli di vita dove i massimi valori sono il successo e il guadagno  intesi come garanzia di vita spensierata identificata con  la felicità,il cui raggiungimento giustifica il travalicare ogni frontiera ignorando  i limiti del sopruso e della menzogna. La delusione che deriva dalla pratica di tali modelli induce spesso alla fuga dalla realtà, attraverso l'ancoraggio ad un mondo "altro" e diventa la via per fuggire dall'opaco  “male di vivere” abbracciando il Male con i lustrini; alienandosi da sé come coscienza e capacità di riflettere, fino a lasciarsi penetrare e possedere da “influssi” esterni, esprimendo comportamenti dettati dalla propria labilità emotiva; che porta  anche a varcare la soglia dell'occulto, inoltrandosi nel cosiddetto paranormale. Si impone  pertanto la necessità di leggere questo mondo giovanile "dal di dentro", cogliendone i fermenti, le aspettative, le idealità, rispondendo alle domande eluse, allo sforzo di ricerca di punti di ancoraggio e di itinerari di pensiero, ai dubbi concettuali e morali irrisolti,alle delusioni derivanti dalla scoperta della pochezza di quanti dovrebbero essere maestri di vita, all'incolmabile vuoto legato all'avere tutto meno ciò che conta,all'estrema facilità di “fare l'amore” che soddisfa i sensi ma lascia vuoto il cuore,perché l’amore,quello vero, non si fa ma si vive,e comporta  non solo “soddisfazione” ma anche sacrificio e sofferenza,che tuttavia alimentano la capacità di sperimentare una inesprimibile gioia. Al vivere facile  si accompagna un’insaziata fame di qualche cosa "di più", avvertito come fortemente presente ma altrettanto inafferrabile..... e infine lo stordimento, come pioggia acida che sembra lavare via tutto ma lascia l'anima corrosa, senza risolvere nessun problema. 

 

3. - Il ritmo della  “modernità” ruba all’uomo il silenzio e la solitudine che sono il territorio in cui germoglia la verità e il senso della vita; il luogo in cui ritrovare se stessi e la risposta al perché del vivere e del morire. Una risposta che emerge nella penombra che avvolge la sconfinata terra della coscienza, dove si mischiano i ricordi dell’ieri, le esperienze dell’oggi, i timori e le speranze del domani; un luogo abitato dal depositario protagonista del mistero della vita che se interrogato sulla sua identità risponde “io sono”. Insegnare ai giovani  la fecondità del silenzio riflessivo e della solitudine operosa dove   lasciare spazio al pensiero critico  significa infrangere le catene della schiavitù della tecnologia ed aprire gli orizzonti del bello e del bene; significa  attingere alla ricchezza del mondo dentro e fuori di sé: una ricchezza da riversare nello stare insieme evitando così il rischio di condividere il nulla, e quel che è peggio di compiacersene.

 

4.- a ben guardare la posizione della maggioranza dei giovani rispetto alla politica rasenta  il disprezzo assoluto, ovviamente anche influenzata da fatti di cronaca non proprio edificanti; ma soprattutto dal fatto che essa non offre loro alcuna concreta speranza se non la promessa di offrirne qualcuna. Altrettanto dicasi per la posizione verso l’economia dove si notano il trionfo dell’egoismo di pochi, accompagnato alla fatica di vivere di molti e al disprezzo assoluto per i non pochi emarginati: quasi che essere poveri o senza lavoro fosse una colpa non già la conseguenza di una società dominata dal disprezzo per la persona umana, in alcuni casi, e non sono pochi, considerata come merce da vendere e comprare o comunque da utilizzare per realizzare profitti in modo più o meno lecito. Come meravigliarsi allora se i giovani tendono a ritrarsi nel loro guscio, a rifugiarsi nel mondo virtuale godendo della fittizia libertà che esso offre unitamente alla possibilità di affermare le proprie idee davanti ad una immensa platea di sconosciuti, godendo il conforto di applausi fatti di click? Sono molti a pensare che è in atto un confronto-scontro di civiltà che cammina sulle orme della immigrazione. È un fenomeno mai verificatosi nella storia dell’umanità in proporzione così rilevante; e se gli adulti sono molto perplessi e spaventati nel proporre le loro ricette per la soluzione dei problemi sul tappeto i giovani hanno un ulteriore drammatico motivo di stupore: il comportamento dei loro “maestri”. Quegli stessi che da posizione “didattica” sottolineavano fino a ieri con forza la superiorità assoluta dei valori della solidarietà che dicevano di rappresentare ed in cui invitavano i giovani a credere, oggi sono pronti a ridimensionarli in nome della contingenza che detta una condotta in netto contrasto con la solidarietà. Che tale condotta sia propria anche di una vasta platea dei cosiddetti “cristiani” non fa che aumentare la perplessità dei giovani, che al di là della fede ne colgono il netto contrasto con i proclami umanitari che solcano i cieli della politica. Perché i giovani dovrebbero abbracciare i valori dell’etica senza compromessi in presenza di “maestri” dell’etica del compromesso?

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