1. - Cultura non è ciò che sai ma “come” lo sai.

 

Se hai la testa piena di nozioni acriticamente accettate, mai filtrate attraverso il dubbio costruttivo, ne confrontate con le posizioni altrui, magari in base a pregiudizi più o meno mascherati di nobili intendimenti,hai dimenticato che la libertà di pensiero è frutto del convincimento maturato attraverso la fatica di pensare.La cultura mal si addice al quieto vivere, all’arroccamento entro i confini di uno spazio “definitivamente conquistato”; è il frutto della continua ricerca di quelli che si distinguono da coloro che il vivere  chiamano vita. Una cultura senza dubbi è una prigione dorata di presunta autosufficienza. Così come la fede non è acquiescienza cieca e passiva la cultura non è sapere una volta per sempre bensi una organizzazione e rielaborazione continua di ciò che si è appreso e via via si apprende,nella umile consapevolezza dei propri limiti e dell’arricchimento che possiamo trarre dal relazionarci con gli altri con onestà intellettuale. Se vuoi imparare qualcosa non lasciarti affascinare da chi troppo grida le proprie certezze, magari da uno scranno fortunosamente conquistato; cerca piuttosto di attingere alla saggezza di quelli che nella discrezione del vero sapere custodiscono tesori che possono farti crescere come uomo. In un mondo ricco di uomini di superficie scandaglia nella penombra alla ricerca di quelli che ai lustrini della ribalta preferiscono l’elaborazione del pensiero che si nutre nella faticosa continua ricerca della verità.  Così ci disse un maestro di vita che ora purtroppo ci ha lasciati.

 

2. - Il pensiero degli altri ci arricchisce se lo accostiamo con la dovuta umiltà, nella consapevolezza dei nostri limiti. Possiamo non condividerlo ma comunque l’accostarlo con rispetto ci obbliga a rivedere le motivazioni delle nostre opinioni, e questo può portare a ribadirne la validità, magari dopo essere stati sfiorati da un dubbio salutare.

È in questa ottica che, quando lo riterremo utile, segnaleremo opere a nostro avviso degne di attenzione. Cominciamo con un primo elenco.

 

  • Piercamillo Davigo – Leo Sisti – “processo all’italiana” editori Laterza

  • Yanis Varoufakis “ è l’economia che cambia il mondo” Rizzoli

  • Federico Rampini – “rete padrona” – Fuochi Feltrinelli –

  • A. Hallier – D. Megglè- “il monaco e lo psichiatra “ Edizioni San Paolo

  • Carlo Maria Martini –“sulla giustizia “ –Mondadori

  • Eugenio Scalfari – Vito Mancuso – “Conversazioni con Carlo Maria Martini” - Campo dei Fiori

  • Stefano Zurlo – “la legge siamo noi” – Piemme

  • Gianni Barbacetto –Davide Milosa –“ le mani sulla città” Chiarelettere

  • Stefano Liviadotti -“ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono”- Bompiani

  • Giovanni Sartori – “ la corsa verso il nulla” Mondatori

  • Zygmunt Bauman “ le sorgenti del male” –Erickson

  • Vittorino Andreoli – “ i segreti della mente” – Rizzoli

  • Dick Swaab – “ noi siamo il nostro cervello” –edizioni Specchi

  • Luigi Zingales –“ Europa o no” – Rizzoli

  • Simon Baron –Cohen – “ la scienza del male” –Raffaello Cortina Editore

  • Corrado Augias – Remo Cacitti –“come si costruisce una religione” -Mondadori

 

3.- i partiti sentono il bisogno impellente di “ cambiare”; lo vanno dicendo i loro maggiori esponenti poiché avvertono in modo palpabile un crescente distacco dalla realtà, che si traduce in una difficoltà di dialogo con l’opinione pubblica e in un vistoso calo di adesioni in sede elettorale: in sostanza c’è un calo verticale di credibilità.

È vero che tutti si dicono d’accordo sulla necessità di cambiare, ma c’è da chiedersi se hanno ben chiara la differenza fra cambiare e innovare, e se si rendono conto che l’innovazione è un fatto “ culturale” prima che organizzativo. Si tratta di cambiare in primo luogo l’idea che i politici hanno della politica, del come praticarla in modo credibile, con la semplice applicazione di alcune regole di comportamento alle quali l’uomo della strada, se è una persona perbene, si adegua quotidianamente operando con onestà, in omaggio alla propria coscienza e per il bene di coloro che a lui fanno riferimento nell’ambito della famiglia, dell’azienda, dei vari gruppi sociali ai quali appartiene.

La cultura dell’onestà porta con sé l’onesta lettura della realtà nella quale si è chiamati ad operare e la scelta di uomini onesti da proporre a coloro che sono chiamati ad eleggere quelli che devono rappresentarli nella gestione della cosa pubblica.

La cultura dell’onestà mette al primo posto l’uomo e il suo integrale sviluppo, regolando il vivere sociale con leggi che non consentano al profitto di strumentalizzare l’essere umano, all’economia di dimenticare la solidarietà, al potere di obliterare la solidarietà. Questo tipo di cultura conferisce la “ laurea in umanità” a tutti coloro che ad essa si ispirano nel loro modo di pensare e di agire.

Se i partiti vogliono realmente innovare devono liberarsi di quanti non sono disposti a conseguire quel tipo di laurea  anche se sono muniti di titoli accademici altisonanti e di prestigiosi riconoscimenti da parte dei centri di potere che reggono le sorti del mondo: devono lasciare emergere quanto di buono c’è al loro interno, eliminando la cappa di piombo che impedisce l’affermarsi dei giovani talenti che hanno da offrire oltre al loro entusiasmo la preparazione professionale ispirati ad una sincera attenzione per la cosa pubblica e la voglia di competere sul terreno del “saper fare” anziché su quello del “facile dire”. In conclusione se i partiti vogliono veramente innovare devono creare al loro interno un centro dal quale tale cultura emani e si traduca in serietà di intenti, realismo di programmi, scelta di uomini che vogliono servire anziché servirsi. Un colpo di spugna imbevuta di impietosa “autocritica”,e del riconoscimento dei talenti e del merito che portano da tempo dentro di sé: un tesoro tutto da scoprire e  mai così prezioso come oggi. 

 

4 - Una delle cose più spassose che possono capitare è quella di ascoltare  il Brambilla quando vuol fare  l'uomo di cultura, non perché non lo sia, solo che lo è a modo suo con quella schiettezza e semplicità quasi infantile che gli fa perdonare anche le elucubrazioni un po' bislacche e le sottolineature non proprio da salotto buono, diciamo piuttosto “gergali.” Il suo amico per la vita, l'Arturo, non solo se ne compiace ma qualche volta lo provoca a bella posta nella speranza di poter godere di qualche nuovo tipo di esternazione particolarmente "colorita"; ma anche perché ha un grande rispetto del suo amico Brambilla e della sua onestà intellettuale, che dice  trovar riscontro in non moltissimi  soggetti di alto lignaggio culturale e manageriale incontrati nella sua lunga carriera passata perlopiù a contatto con "i piani alti, i salotti buoni ricchi di presenze titolate e di reggitori della cosa pubblica, cioè quelli che sudano dalla mattina alla sera per "servire il popolo". Un giorno i due parlavano di democrazia e  cercavano di mettersi d'accordo su che cosa si dovesse concretamente intendere come tale. L'Arturo, attingendo al suo background culturale diede questa spiegazione "la democrazia è il potere esercitato dal popolo. Il modo concreto per esercitarlo è quello di eleggere delle persone che per suo conto governino la società secondo un programma che in sede elettorale ha ricevuto la legittimazione degli elettori conseguendo un risultato migliore degli altri partiti, o comunque tale da legittimare il suo ruolo di leadership politica.  La democrazia attinge alla cultura della partecipazione che è resa possibile da un corretto sistema di comunicazione a due vie: dagli eletti verso gli elettori e da questi verso quanti hanno eletto. In concreto vuol dire che chi è stato eletto è stato eletto per servire non per comandare; quindi nel ruolo di servitore è anzitutto tenuto a rendere conto di come svolge la propria attività di servitore; questo non solo alla fine del mandato ma durante lo svolgimento di esso, informando di volta in volta chi l'ha delegato attraverso gli strumenti disponibili: i mezzi di comunicazione che la moderna tecnologia mette a disposizione con grande dovizia. E naturalmente attraverso coloro che tali mezzi gestiscono; intendiamo dire i giornalisti. Ma c'è anche un dovere di informazione che deve essere assolto nei confronti di coloro che nel partito di appartenenza costituiscono la cosiddetta base elettorale, e in particolare quanti all'interno del partito gestiscono le strutture che consentono al partito stesso di esistere in quanto tale, di funzionare nel migliore dei modi per garantire un colloquio continuativo con l'opinione pubblica, che si traduca in consenso e quindi renda possibile l'elezione degli eletti: questi hanno dunque in primo luogo l'obbligo di rendere conto alla base del partito dal quale traggono "alimento" elettorale. Ciò significa anzitutto consultare periodicamente la base per attingere indicazioni e proposte utili per il miglior svolgimento del mandato nell'interesse di quella cittadinanza con la quale gli organi di base del partito sono in continuo contatto: una posizione questa che consente loro di leggere la realtà in modo puntuale, concreto e continuativo, e quindi di formulare delle proposte estremamente utili per coloro che sono chiamati da "scranni" istituzionali a governare.  In un certo senso si può dire che l'eletto ha due "padroni": il principale è l'elettore che con le sue tasse gli garantisce il "sostentamento"; l'altro è ogni membro della base del partito di appartenenza che lavora per lui sul piano organizzativo, ed ogni suo elettore che col voto legittima l'occupazione dello scranno che ospita le sue auguste membra. Per esempio quando si tratta di introdurre nella pubblica amministrazione delle innovazioni significative, democrazia vorrebbe che l'iter del rinnovamento prendesse le mosse da una capillare consultazione degli elettori, esprimendosi successivamente nella formulazione di ipotesi di soluzione, riproposte agli elettori stessi attraverso il sistema delle comunicazioni di cui ho parlato; e che mediante lo stesso sistema si desse conto del come procedono i lavori di attuazione fornendo dati concreti, facilmente controllabili. Se questa cultura della democrazia  ispirasse il comportamento concreto dei reggitori degli italici destini,a tutti i livelli, probabilmente verrebbe annullata la sfiducia che attualmente divide eletti ed elettori, e fa considerare i partiti come un male necessario più che come una ricchezza sociale." Il Brambilla aveva ascoltato con grande attenzione l'amico e la mimica del suo viso sottolineava con espressioni di assenso i passaggi più significativi delle argomentazione dell'Arturo. Ci pensò un po' su e poi esclamò  "ma allora io sono democratico nel mio modo di comportarmi con i miei dipendenti!". L'Arturo scherzosamente lo rintuzzò "ma tu non sei onorevole però…" E il Brambilla a sua volta "ma  quello è un accessorio…" L'Arturo si chiese dove il suo amico fosse andato a pescare quel termine così ricercato e che cosa volesse realmente dire nel pronunciarlo, se si rendeva conto del suo reale significato; non glielo chiese, preferì concludere fra sé e sé che probabilmente il Brambilla aveva avvolto il suo ultimo panino col salame nella  pagina di un vocabolario di italiano dismessa. Ma lui sapeva bene che il Brambilla  intratteneva con i suoi dipendenti un rapporto esemplare; erano  dieci  in tutto e due o tre di essi avevano seguito il Brambilla quando questi aveva lasciato l’azienda in cui lavoravano insieme per mettersi in proprio, tentando di fabbricare artigianalmente quel prodotto che prima produceva per conto di altri. Gli era andata bene, anche perché aveva saputo creare e mantenere un clima di grande compattezza con il suo personale, consultandolo frequentemente sulle problematiche aziendali, sollecitandone i suggerimenti, valorizzandone le capacità professionali in termini concreti: un clima non sempre idilliaco ma comunque caratterizzato da una grande schiettezza di dialogo, e da un reciproco rispetto, che per il Brambilla era del tutto naturale dati i suoi precedenti di uomo venuto dalla gavetta al quale il “ vestito buono” non aveva fatto dimenticare i buoni sentimenti. Ad ogni ricorrenza  i suoi dipendenti gli fanno una festicciola; una bicchierata e un po' di buon salame e qualche volta ci scappa pure una piccola cenetta nell'osteria del paese: niente di più. Ma il Brambilla ogni volta si commuove di fronte a quelle semplici dimostrazioni di stima e di affetto, e poi sente il bisogno di andare al cimitero a trovare sua madre e confessa che ogni volta le dice in cuore suo "mamma, ti ringrazio per avermi messo nel sangue la giustizia". Forse è bene ricordare che la giustizia è la garanzia della democrazia.

 

5. Cultura è ciò che sei non ciò che sai. Cultura è un modo di essere, di vedere se stessi, le cose, gli altri, il mondo, e il senso della vita; è  conseguentemente il modo di vivere, di relazionarsi agli altri, di giudicare la realtà e di rapportarsi ad essa. E, di ciò che sei, fa parte “come”  sai ciò che sai, e il  “perché” di come  sei quello che sei. Una delle interiezioni ricorrenti e spontanee di questo grado di cultura è costituito dalla frase “Lei non capisce…” che spesso il politico rivolge al suo interlocutore riparandosi dietro ad una presunta “saggezza”, che in verità affonda le radici nella  mancanza di autocritica costante e porta il soggetto a credere di aver raggiunto la verità:  pertanto chi non la condivide non la capisce. Così come chi non ruba in politica può darsi arie di eroe chi mantiene un profilo basso di servizio e si comporta come un soggetto comune, “elevato” all’onore di servire la società, può finire  per essere considerato una mosca bianca ed anche lui può tendere ad autodefinirsi un eroe. Da qui nasce l’atteggiamento di io ti parlo anziché ti ascolto, di appannaggio della carica inteso come una cosa normale e necessaria, di retribuzione “dovuta” anche se assolutamente esagerata, di tendenza a recitare una parte anziché viverla,nonchè la presunzione di sapere senza fare la fatica di pensare e di documentarsi, la tendenza alla logorrea delle esternazioni pompose, le parole in libertà e ad effetto, il non tener conto del rispetto dovuto agli avversari e dello stile dell’eloquio che deve distinguere le persone che proprio perché chiamate ad esercitare il potere devono comportarsi con equilibrio e compostezza. L’uomo di superficie, che tende sempre di più ad affermarsi nel mondo moderno, abituato a privilegiare l’apparenza e le forzature dell’immagine e della recitazione sul palcoscenico dei media, mostra di gradire in modo particolare tale comportamento, con ciò incoraggiandolo a tutto scapito della corretta interpretazione della politica. È il concetto di vita come “recita” che contagia  tutti i livelli, laddove i “simboli” vengono moltiplicati ed enfatizzati al punto tale da oscurare e sostituire col passare del tempo le “idee” che essi rappresentano; per cui lo sforzo anziché sul pensare con fatica e l’agire con coerenza si concentra sulla rappresentazione, sull’affabulazione, sulla sottolineatura dell’apparato e della sua attività anziché sul contenuto di tale attività. L’uomo di superficie quando è in politica vive di autoreferenzialità e si crede un diverso “in positivo” mentre chi lo guarda lo vede diverso “in negativo” come chiaramente dimostra il sempre più accentuato distacco degli elettori dalla politica, considerata come una cattiva se non addirittura nociva  “recitazione”: c’è chi afferma che questa è una peculiarità tutta italiana, ma che all’estero non è così (per fortuna la filosofia di vita dell’uomo di superficie non ha ancora intaccato buona parte degli uomini “sani” che tuttora popolano  la nostra società). È assolutamente necessaria una “nuova cultura”, ispirata alla conoscenza del reale, allo studio accurato delle sue componenti e dei problemi che lo caratterizzano, ed alla conseguente ricerca collegiale di soluzioni che si ispirino ai concetti di rispetto della persona umana,  al perseguimento della giustizia , all’attuazione di un sistema economico che promuova la persona, il riconoscimento dei suoi diritti e l’attuazione della giustizia sociale. Tutto ciò prevede che tale cultura diventi anzitutto patrimonio dell’uomo politico, che è chiamato a fare un bagno di “umiltà” riconoscendo la propria diversità “in  negativo”. Non resta che confidare nei politici seri, che pure esistono ma devono avere il coraggio di scrollarsi di dosso “ le leggi dell’apparato”.Ricordando che il loro compito primario è quello di servire l’uomo non le ideologie.

 

6. - segnaliamo una serie di opere  di cui riteniamo interessante prendere visione:

 

  • Giuseppe Ruggiero – “Della fede. La certezza,il dubbio,la lotta” – Carrocci-Roma

  • Stefano Feltri – “ La politica non serve a niente” – Rizzoli –

  • Manfred Spitzer – “Demenza digitale” – Corbaccio –

  • MicrOmega 6.2015 – “Francesco e l’altra chiesa” –

  • Serenella Iovino – “Ecologia letteraria “ – Edizioni Ambiente –

  • Luciano Gallino – “ Vite rinviate” – Editori Laterza –

  • J.Rockstrom-A.Wijkman – “Natura in bancarotta “ – Edizioni Ambiente –

  • Rupert Sheldrake – “Le illusioni della scienza “- URRA –

  • Patricia S. Churcland – “ L’io come cervello “ – Raffaello Cortina Editore –

  • Dario Antiseri – “ Come si ragiona in filosofia “ – La Scuola –

  • Massimo Cacciari – “ Il potere che frena “ – Adelphi –

  • Riccardo Iacona – “ Utilizzatori finali “ – Chiarelettere –

  • Massimo Fini – “ Senz’anima “ – Chiarelettere –

  • Vittorino Andreoli – “ I segreti della mente “ –Rizzoli –

  • M.Pelaja – L.Scaraffia – “Due in una carne “ – Editori Laterza –

  • Matteo Mascia – Chiara Tintori – “ Nutrire il pianeta? Per una alimentazione giusta,sostenibile,

                                                           conviviale “ – Mondadori -

 

7 .- C’è chi dice che la cultura, quella vera, è un modo di cercare il senso della vita e ricorda che le grandi opere dell’ingegno umano sono nate nel silenzio interiore, come frutto di tale ricerca. E prosegue dicendo che la riflessione, l’indagine, la conoscenza, la creatività trovano alimento nel ripiegarsi silenzioso dell’uomo su se stesso, nell’affacciarsi così alla finestra dell’infinito  dove il silenzio regna sovrano, ivi compreso quello di Dio (eloquente?) per chi crede. Aggiunge infine che l’eccitazione , la fretta, il cedimento emozionale hanno come alimento il frastuono, il “correre” dietro agli eventi lasciandosi da essi trascinare verso le conclusioni di comodo, l’appagamento delle pulsioni irrazionali, la sudditanza all ‘Ego quale incontrastata divinità incombente: il tutto fino ad incontrare la frontiera del nulla. Che dire allora a chi afferma che oggi  l’uomo  con la “modernità” ha raggiunto il pieno appagamento di tutti i suoi desideri, e con esso la felicità? Se così è a che serve dunque fermarsi a riflettere; non è meglio “correre” sull’onda del flusso vitale? Rimane sempre però, se si interrogano i “corridori”, l’incertezza sulla definizione della meta e la confusione sull’ itinerario  da scegliere per raggiungerla. Forse la cultura, alimentata dal pensiero critico, può risolvere gli interrogativi ed eliminare le incertezze; ma a chi spetta promuoverla? Sembrerebbero titolati per tale compito coloro che reggono le sorti della società … ma se essi appartengono alla schiera  dei “corridori”?

 

 

8. - Continua la strage degli innocenti che ha per protagonisti bambini annegati nel tentativo di raggiungere le spiagge europee. Si moltiplicano le manifestazioni di cordoglio ufficiale, le invocazioni di interventi immediati per sanare la situazione, le estemporanee iniziative benefiche, i discorsi accorati, le indagini sociologiche dei professionisti della parola. Forse il Papa potrebbe prendere un’iniziativa capace di scuotere l’inerzia psicologica e morale del mondo che ci circonda. Potrebbe farsi consegnare il corpicino di un neonato sconosciuto restituito dalla pietà del mare, facendolo seppellire  in  San Pietro in un altare dedicato al “piccolo emigrante sconosciuto”. Potrebbe invitare alla cerimonia di inaugurazione i capi di Stato ed i politici di tutta Europa; e magari anche  quei turisti che sono soliti fotografare le operazioni di recupero delle salme approdate sulla spiaggia. Quell’altare diventerebbe un significativo punto di riferimento in cui la pietà potrebbe vincere lo spettacolo di ipocrisia e di nuova indifferente barbarie dilagante: quel corpicino potrebbe diventare il “milite ignoto” di una battaglia che l’umanità è chiamata a combattere contro il mistero del male che porta dentro di sé: quell’altare potrebbe essere un’occasione per celebrare la cultura della vita.

 

9. - Chi si  interessa di comunicazione  sa che la cosa più difficile è il saper far sapere cioè trasmettere in modo comprensibile a persone “ignoranti”(nel senso che non conoscono) uno scibile che fa parte di una materia più o meno  complessa. La difficoltà fondamentale deriva dal fatto che chi deve trasmettere l’informazione onde  venga interiorizzata, e come tale  entri a far parte della “cultura” del suo interlocutore,   deve utilizzare un linguaggio che sia comprensibile al destinatario perché altrimenti, per quanti sforzi faccia, non riesce a farsi capire compiutamente. Se il messaggero è un tipo supponente quando non riesce a farsi capire a volte si indispettisce e può essere indotto  sbrigativamente  a pensare che i destinatari del suo messaggio siano degli asini incapaci di capire, senza lasciarsi neanche lontanamente sfiorare dall’idea che  in realtà l’asino potrebbe essere lui proprio perché incapace di farsi capire; infatti se  dopo essersi liberamente addossato il compito di trasmettere nozioni in modo tale che chi le riceve le capisca risulta che chi le riceve non le capisce la colpa potrebbe principalmente essere  di chi non sa fargliele capire, perché  non sa trasmettergliele in modo adeguato: In tal caso potrà anche essere un genio ma come comunicatore è una frana. Pertanto dovrebbe cambiare mestiere rifugiandosi col suo basto fra gente come lui. Questo fenomeno si verifica con una certa frequenza in ambito politico laddove gli “oratori” spesso parlano per se stessi, beandosi del proprio dire e facendo attenzione esclusivamente al gruppo dei fedelissimi che li circondano per dovere d’ufficio ( come tali sono uditori sempre consenzienti che dimostrano “visibilmente” di aver capito tutto) ignorando, più o meno volutamente,  quanti fra i presenti non   hanno capito e  vorrebbero in buona fede capire e quanti hanno capito che non c’era nulla da capire, e quindi fingono di aver capito guadagnando il più in fretta possibile l’uscita. Ma il fenomeno è anche presente nei templi dello scibile dove qualcuno di “quelli che sanno” può essere indotto  a trasmettere il suo scibile sull’ala del “gigionismo culturale” indulgendo in compiacimenti autoreferenziali anziché praticare un linguaggio semplice e lineare, capace di offrire una panoramica esauriente  e documentata a quanti fra i discenti hanno l’esigenza di  fare riferimento ad un quadro culturale completo ed obiettivo, tale da offrire loro strumenti per elaborare un pensiero critico. Chi gigioneggia nell’insegnare è portato a fare del successivo esame del discente (considerato più che altro come un fedele discepolo) un riscontro del suo grado di adesione  al pensiero del gigione ; proprio come il politico è incline a considerare  ottimo soggetto quello che supinamente annuisce al suo dire ed è pronto a decantarne le lodi in ogni occasione. Nel primo caso il guadagno è costituito da un voto sul libretto elargito ad un giovane soggetto che  la pensa intelligentemente come”LUI”, nel secondo da un buffetto sulla guancia, una manata sulla spalla e magari, quando va alla grande, da qualche piccolo “favore”all’amico o ai suoi familiari: in entrambi i casi si tratta di un modo molto opinabile per costruire la propria immagine su un consenso fasullo, per non dire altro.

10 - La cultura è il modo di leggere e di vivere la vita, genera l’atteggiamento che è alla base del comportamento. Se la mia fede è riposta unicamente nella scienza che si ispira ad una visione esclusivamente “biologica” dell’uomo, se cioè la mia cultura vede l’uomo, quindi me stesso, unicamente “qui ed ora”, la morale può essere ispirata solo al soddisfacimento del mio ego, di ciò che desidero per me, malgrado gli altri visti  come “competitori” più che come compagni di viaggio. Allora le regole del vivere insieme si ispirano all’individualismo, e poco importa pareggiare le condizioni sociali in omaggio ad un principio di uguaglianza; anzi è bene produrre leggi che regolino l’ordinamento sociale in modo tale da favorire l’affermazione dei più forti, anche se non sono i più dotati, e poco importa se sono i più furbi “avventurieri” della vita, purché fra essi ci sia un posto anche per me. Alla base della cultura ci sono i valori in cui credi, la consapevolezza di un traguardo che si ferma alla tomba o va “oltre”…… Dove? L’individuazione dell’”oltre”, in base alla sue specifiche caratteristiche, ispira la qualità dell’atteggiamento che condiziona il comportamento, ed i riflessi individuali e sociali che porta con sé. Se all’uomo “biologico” si sostituisce l’uomo che ha anche una componente “spirituale”, la cultura della persona irradia il reale, il modo di leggerlo, il come regolarne la dinamica.

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